Quando volevo la tata

20 gennaio 2019

Per me, dico.

Avevo sette o otto anni.

Adoravo i fim di Walt Disney, come tutti i bambini.  Erano magici, dolci e toccanti, un insieme di emozioni che afferravano il cuore anche ai più piccoli.  Certo che sognavo di andare a Disney World, nei lontani United States.  Ricordo di ricevere delle foto da alcuni dei famosi ‘parenti d’America’ che neanche conoscevo allora, e morivo di invidia nel vedere quei bambini sconosciuti felici nel Magic Kingdom, circondati da quel che mi sembrava un vero e proprio scenario da film.  Naturalmente non cosa facilmente realizzabile quando abitavi a Napoli e l’America era a migliaia di chilometri di distanza, e si parlava pure un’altra lingua.  Rassegnatissima già a sette anni.

Però c’era il cinema, e il cuore mi palpitava di gioia ogni volta che i miei ci portavano lì, cosa che non succedeva spesso, dato che il babbo non spendeva facilmente soldi che non fossero assolutamente necessari.  Un grande senso di frugalità, molto probabilmente dovuto alle difficoltà patite durante la guerra.

Quando disse, all’improvviso, una sera, “Andiamo al cinema, bambini!” rimasi quasi di stucco.  Ero emozionatissima mentre ci avviavamo, con tutta la famiglia, a piedi verso Via Roma.

E così conobbi Mary Poppins.  Credevo che il film fosse un cartone animato, come altri della Disney, e fui molto sorpresa nel vedere questa introduzione meravigliosa delle reali strade di Londra (una città che sin da piccolissima sognavo di visitare), in tutta la loro gloria.

Poi arrivò lei, Julie Andrews, splendida e dolce, una fata in discesa dal cielo, tenendosi a un ombrello nero, i piedi coperti da stivaletti eleganti, perfettamente volti nella prima posizione.

Fu amore a prima vista.

Dal momento in cui aprì bocca rimasi affascinata.  Severa ma tenera, mi faceva un po’di soggezione, ma quando cominciò a seminare magia nella camera dei bambini, a scivolare giù sulla ringhiera delle scale, a tirar fuori una lampada dal borsone e a conversare con gli uccelli, ecco, rimasi quasi completamente ipnotizzata.  E quella voce stupenda da usignuolo, quelle canzoni dolci e simpatiche, che imparai subito a memoria, inclusa la famosissima Supercalifragilistichespiralidoso, che non ho mai più dimenticato.  Le passeggiate sulle vie della mia città dei sogni, con quei fortunatissimi bambini Banks, Dio, quanto desideravo essere la piccola bionda Jane!  La gita al parco, dove s’incontrano col simpaticissimo Bert, poi si tengono tutti e quattro vicini e saltano di colpo dentro il quadretto appena dipinto da lui sul marciapiede! Eccoli in una scena surreale e coloratissima, vestiti da festa, lei in veli bianchi, esuberante e raffinata.

Che meraviglia il ballo degli spazzacamini sui tetti di Londra, e Mary tra di loro, ballerina abile e aggraziata!

“Mamma, ti prego, prendici una bambinaia! Inglese come Mary Poppins!” Imploravo mia madre, la voglia di vivere la magia del film una vera scossa nelle vene, il desiderio tale da farmi male allo stomaco.  “Tu hai tanto da fare, con la scuola, il mercato, la casa, così si occuperà lei di noi tre e non ti daremo più fastidio!”

Niente da fare.  Mi guardavano divertiti, i genitori, non avendo nessuna intenzione di procurarci una tata, anche se io insistevo che avremmo potuto mettere un altro lettino nella nostra stanza, dal momento che non abitavamo nella grande casa a tre piani dei Banks (e non avevamo neanche cuoca e cameriera fisse).

Comunque Mary Poppins è sempre stato il mio film preferito e continuerà ad esserlo.

Il mese scorso, la magia è tornata sui grandi schermi con Mary Poppins Returns, ed io, che di rado vado al cinema, ci sono corsa con le mie figliolette di tre e sette anni (okay, diciamo ventitré e ventisette), e mi sono immersa completamente nel sogno e la magia di questo film, innamorandomi di nuovo di questo straordinario personaggio, il ruolo rinato alla perfezione nella performance brillante della bravissima Emily Blunt, ben consapevole che il mio cuore abiterà per sempre al Viale dei Ciliegi, 17.

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Lasciarsi andare (per un istante)

12 novembre 2018

Le poche volte che salgo in soffitta la ignoro.  È sempre lì, la valigetta verde, nel suo angolino, seminascosta dai valigioni rossi e lucidi che aspettano pazientemente d’imbarcarsi per l’Italia.  Mentre la valigetta verde l’Italia ce l’ha dentro.  È un vecchio modello vintage anni settanta, leggera, perché le carte non pesano poi tanto.  Anche quelle cariche di storie.

Stavolta la porto giù, l’adagio sulla moquette e, con mano leggermente incerta, tiro la cerniera.

Teneri i diari scolastici Grazia del liceo, con quelle copertine cool (almeno così sembravano allora) e spigliate.  Calligrafia non bella, a volte anche disordinata, soprattutto quando scrivevo quelle dichiarazioni assurde e pesanti da adolescente (irragionevolmente) angosciata –  Sono così infelice! Dio mi odia! L’amore fa schifo!  Spesso scritte in un inglese da principiante, sotto la lista dei compiti.  Poi i diari, quelli veri, quelli su cui disegnavo i cuoricini e i nomi più preziosi del momento.  La passione possente che ancora non capivo, travestita da amore nascente, attenuata dalla naïveté della mia giovane età, che volava sulle ali traditrici di sogni irrealizzabili.  Emozioni acerbe, pure e intense – ti amo, ti odio, mi manchi, ti riprendo, adesso basta, avanti un altro, quello vero, quello grande, quello ‘per sempre’.  Ma ‘per sempre’ non esiste.

Le lettere.  Carta fragile, sottilissima, quasi ho paura di toccarle, che si frantumino in un mucchietto di polvere e si disperdano nell’aria.  Come i sogni.  Nomi che mi afferrano il cuore, altri che non riconosco perché tanto tempo è passato, e forse non erano importanti.  Quelle amicizie estive, sbocciate spontanee il primo giorno al mare (o in montagna), diventate vincoli di acciaio in pochi giorni, poi cuori spezzati quando ci si doveva separare.  Ti scriverò tutti i giorni! giuravamo.  E lo facemmo, missive fitte fitte, spedite in fretta, ricevute con gioia traboccante.  Per qualche mese.  Poi qualcuno non risponde più e finisce lì.

Le foto di classe, in bianco e nero, quei visi così familiari, ma i nomi sfuggenti; poi giro la foto e mi perdo nella dolce tortura dei messaggi e delle dediche, spesso spiritose, commoventi perché sincere nella loro immaturità.

I disegni.  I taccuini a quadretti, tanti racconti infantili, da me creati quando ancora non sapevo che avrei scritto per una vita intera.  Illustrati coi pastelli, fate con i veli svolazzanti, principi azzuri dai capelli biondi, il lieto fine, sempre un lieto fine.  I ritratti di amici, sorella, compagni di classe, attrici.  Ero brava, accidenti.  Ma perché ho poi smesso di disegnare? Già, la vita, quella vera, mi ha incastrato, ha cancellato i desideri e la creatività, regalandomi in cambio una lista di doveri che mi occuperà per l’eternità.

Basta.  Chiudo la valigetta, mi accingo a riportarla lassù, nel suo meritato nascondiglio.

Ma la trascino a stento, è diventata pesantissima, una cassetta di piombo che mi taglia le dita.