The Time I So Wanted a Nanny

For myself.

I was around seven or eight.

Disney movies were dreams come true, when I was a child growing up in Italy.  Disney World, on the other hand, an impossible dream, since one just doesn’t pick up from Naples, Italy, and takes three little kids on a flight to Florida.  Unheard of.  Later, Disney Paris came along, but, by that time, I was on the other side of a child’s dreams and had zero interest in lame rides with Mickey Mouse and company.

Anyway, in the middle of my childhood, Mary Poppins burst into my life.

Andiamo al cinema stasera!”, my father announced. We are going to the movies!  Not something we did often,  My parents, though both educators and financially comfortable, were rather thrifty, and superfluous things were not lavished on us frequently.

I was used to Disney cartoons, and when the movie about this lady with the silly last name began, I was amazed that it was a live action film.

It was love at first sight. This beautiful fairy-like lady gracefully coming down from the sky, hanging on to an umbrella, her elegantly booted feet in a perfect first position, seized my heart, never to release it again.

Poised, perfect Mary Poppins, firm and kind at once, scaring me a little, then making everything better with her (literal) bag of tricks, singing the most beautiful songs I had ever heard with her silky nightingale voice. I memorized all of them, including the unusual and adored Supercalifragilisticexpialidocious, but of course they were dubbed in Italian by an unknown artist with a remarkable voice, so I was singing Supercalifragilistichespiralidoso and Basta un poco di zucchero (instead of Just a spoonful of sugar).

The magic wonder raised me out of my seat in that super-crowded theater, and catapulted me into the surreal world of Jane and Michael Banks, the children we all wanted to be.

Oh, the dance of the chimney sweeps on the rooftops of London (a city I always dreamed of visiting, as a child), with pretty and talented Julie Andrews twirling among them! The walk to the park, when the four of them held hands and jumped into a picture that Bert had just painted on the sidewalk, and all was transformed into a colorful fairy tale, with glorious new costumes!

Mamma, I would beg, please please, hire a nanny for us! You are always so busy, with school, the market, the house, all those things you always complain about, how worn out and unappreciated you are…You would not have to worry about us three annoying children anymore…And we would live in a special magic world. My desire was so intense that my chest physically ached as I pleaded my case.

No chance.  My parents had no intention of hiring a nanny, dismissing my passionate insistence with an amused look on their faces.

Needless to say, Mary Poppins has remained my favorite Disney movie of all times, and always shall be.

Then, recently, the magic was back, with the new sequel to the movie.  I took my precious daughters, three and seven (okay, twenty-three and twenty-seven), to see it, and fell in love all over again with my favorite character.  Emily Blunt did a remarkable job with that iconic role, nearly as perfect and captivating as the original, and my heart will forever yearn to live at 17 Cherry Tree Lane.

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Finisco sempre in cucina: e va bene così

6 gennaio 2019

Non ne avevo nessuna intenzione. Troppo da fare, stanca, apprensiva.

Ma ci pensavo.  Ai tortelloni che faceva mia madre.  I tortellini erano buoni, certo, ma la roba in brodo non è mai stata la mia number 1, ecco.  Però i tortelloni, belli grossi, panciuti, ripienissimi di ricotta e spinaci (o bietole), allora, questo è un pasto ne plus ultra.

Dunque, vado giù nel seminterrato della mia casa newyorkese e cerco il vecchio tagliere che usava mia suocera.  Eccolo!  Per niente nascosto, ma non ci ho dato uno sguardo da anni, usando sempre e solo quello più piccolo di marmo per fare i miei vari biscotti e crostate.  Ma questo è il ‘tagliere della pasta’, e questa farò!

I ricordi sbiadiscono, si accantonano nel buio, e tu li lasci lì, perché ti punge troppo risvegliarli.  Poi smetti di pensarci.  Ma, all’improvviso, è Capodanno, e ti ritrovi a Portici, mia madre (modenese DOC) tira la sfoglia, che diventa così sottile e enorme sotto quel matterello lunghissimo; lei si affanna a finire presto, perché poi si asciuga e deve ancora tagliare i quadretti.  ‘Via, bambini – diceva – copriteli coi tovaglioli, si seccano, si seccano…!’ E noi lì, a gironzolare intorno al tavolo di fòrmica della sua cucina gialla, con niente da fare ma aspettare il risultato delle sue fatiche: i bei tortelloni fumanti, lucidi di burro fuso, spolverizzati abbondandemente col parmigiano che toccava a me grattugiare.

Preparo l’impasto, nella mia cucina gialla di New York, l’odore onesto di uova e di legno m’ipnotizza, la pasta è soffice, elastica e liscia sotto le dita.  Era sempre di sera, quando lei faceva i tortellini/tortelloni, poco prima di preparare la cena. ‘Guardate-diceva-, ecco come si formano i tortellini, osservate, ricordatevelo…e non ditelo a nessuno!  È un segreto della mia famiglia, da passare ai vostri figli e a nessun altro!’ E così ho fatto, muta come un pesce, tanti, tanti anni dopo.  Capisco, mamma, certe cose non si buttano al vento, sono preziose e importanti, pesano di memorie e di una vita intera, devi raccoglierle e custodirle nel silenzio.

Taglio i quadretti con la rotella, cerco di farli uguali, ma non misuro niente, altro che riga, tutto a occhio, come faceva lei, veloce ed esperta, con lo sguardo perso nella malinconia dei suoi ricordi.  Invece delle salviette, li avvolgo nella pellicola, che li terrà belli morbidi (viva i tempi moderni!).  Il ripieno l’ho già fatto, la ricotta soda dal caseificio di Brooklyn, gli spinaci freschi in un bel pacchetto sigillato, già lavati e asciugati (di nuovo, viva le comodità moderne), il parmigiano importato (carissimo!), profumato come allora, quando lo grattuggiavo a mano, ascoltando l’hit parade alla radio, in attesa emozionata della canzone della settimana.

Uno alla volta, li farcisco, con attenzione, ma il più velocemente possibile (‘si seccano!’), e li metto in fila ordinata e diritta, così potrò contarli più facilmente, sulle lastre per i biscotti; li copro con la carta stagnola e li metto in frigo.

Il tagliere mi aspetta, e lo pulisco con cura con il raschietto, il legno spesso e solido, confortevole, come quei giorni di tanto tempo fa, quando prendevo per scontato, nella mia innocenza puerile, i piccoli miracoli quotidiani, la mamma sarebbe stata sempre lì, nella calda cucina gialla, impegnata con le sue meraviglie culinarie.  E mio padre, nello studio, con la libreria scura cinquecentesca, immerso nelle sue carte e nella gloria della musica di Beethooven.

Il tempo ti ruba il passato; poi te lo sbatte in faccia quando meno te lo aspetti.

Che fai allora? Ti abbatti per un istante, ti lasci lavare dal dolore, ti afflosci.

Poi ti rialzi, ti rimbocchi le maniche e ti metti a fare i tortelloni.

(Ringrazio di cuore mia cugina Elisabetta a Modena, che mi ha pazientemente tenuto la mano step-by-step con la preparazione della sfoglia perfetta, via messaggi Whatsapp.  La tecnologia è stupenda quando funziona!)