Si tratta sempre di un tuffo nell’ignoto

17 ottobre 2013

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Allora, ne parlo sempre io, poco prima di attraversare l’oceano, un augurio, una supplica a chi potrebbe ascoltare, insomma spero e prego che Portici non mi strapazzi troppo.  Perché a volte basta solo la parola a farmi tremare.  Per tanti motivi.  Arrivo leggera, accorta, trattengo finanche il fiato, mi guardo intorno con esitazione, fragile, strizzo gli occhi perché il sole è sempre così forte, sole del sud, aggressivo, violento.  Mi apro lentamente, cauta, sempre con la mano sul freno, in caso mi venisse la voglia di buttarmi, correre, permettermi di sentire.  Che non mi fa mai bene.  Parigi era grigia e piovigginosa, un freddo autunnale, umido e insidioso.  Sola e un po’ sperduta, le dita strette intorno all tazzina di caffè sul banco, accanto a un croissant che non era male, ma certo meglio un cornetto a Milano.  Ma Milano mi è sfuggita stavolta, nessuno scalo, nonostante abbia cercato su internet per picturegiorni.  Sbarcare in Italia, c’è più gusto, no? Aeroporto più caldo e accogliente, sola ma non tanto, il braccio dei ricordi dolcemente posato sulle spalle stanche.  Sola ma viva, ecco.  E lo sfondo delle Alpi, troppo bello e maestoso.  La Torre Eiffel, ma come si fa a vederla in quella nebbia lunare?  Napoli mi ha accolto col suo sole e i suoi colori, il chiasso, i clacson, i sensi unici, l’odore di diesel, di  disperazione e di perenne speranza.  Oso, certo, ma in punta di piedi, basta solo un pensiero azzardato a disfarmi.  Devo ambientarmi ogni volta, non è istantaneo né liscio l’adeguamento.  Diciamo che ho bisogno di una mano amica che prenda la mia e mi incoraggi a provare la dubbia emozione di ‘tornare a casa’.  Stavolta però la parete severa che di solito si sposta non l’ha fatto.  Ci sono sbattuta contro, sono rimasta intontita, abbandonata in un vortice di sentimenti e pensieri aggrovigliati, sgomenta, sorpresa, appena a galla, appesa solo al filo di ribellione e di legittima indignazione che mi si sono accese dentro.  Per fortuna.  Senza quelle sarei affogata nell’abisso della rabbia e del rancore che mi travolse come un’enorme valanga spuntata all’improvviso sotto un cielo azzurro e Plane above Naples 2013limpido.  Colossale, la valanga, rotolava per anni, decenni, diventando più gelida e feroce ad ogni giro, un mostro di furia alimentata dal tempo che non perdona.  Mai.  Sì, certo, mi ha strapazzato per benino Portici stavolta.  Non solo l’anelito straziante fomentato dall’odore di mare e di vento al Granatello, col suo sapore salato, i graffiti sbiaditi e i ricordi dispersi negli anni.  O il teatro in fondo alla traversa, buio e seducente nelle sere tiepide di giugno.  Non tanto neanche la terra rossa del tennis club che ancora mostra le impronte della mia adolescenza troncata.  Tu arrivi innocente, ecco, anche ingenua, forsi ti aspetti troppo.  Calore, commozione, gentilezza, anche un tocco di gioia.  Ma il muro è alto e poco trasparente.  Ci hai provato per anni a scalarlo (o abbatterlo), ma tiene duro, ti giudica, ti ammonisce.  Non avvicinarti troppo!  Ma l’ho fatto, stupida.  E sento ancora l’impatto.  Okay, mi tiro un po’ indietro.  Non del tutto, ma devo ritrovare l’equilibrio, schiarirmi il cervello.  Dovevo stare più attenta, leggere tra le righe, non assumere.  Lezione imparata.  Che ne sarà del viaggio nel futuro? Ne avrò il coraggio? La voglia, una ragione? L’affido al tempo, il dilemma.  Certo più saggio di me.

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Ritorno a Portici: The Lighter Side

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Portici, Viale Leonardo

1 settembre 2013

Allora, eccomi di nuovo a prepararmi per il viaggio in Italia.  E prepararmi devo.  Non è come se andassi, diciamo, a Londra, Parigi o Chicago, dove
spalanchi per benino gli occhi per vedere, guardare, ammirare.  Non ricevi pugnalate quando atterri, a Chicago, non trattieni il respiro per qualche secondo, non ti dai l’ordine di non farti sfuggire le lacrime.  A Chicago, a Londra, assorbi le loro meraviglie e pensi da turista.  A Napoli, beh, è tutt’altra cosa.  Il sole mi fa strizzare gli occhi, e i miraggi mi assalgono finché non distinguo più la realtà dalla fantasia/passato/sogni.  I ricordi mi si aggrappano al cervello e non riesco a liberarmene (forse non voglio).  Però.  Non sono sempre coltellate al cuore, a volte rido pure.  Via Diaz, pomeriggio.  Scendo con quelle scarpe nuove dal tacco altuccio e un po’ traballante, ma carinissime. Un gruppo di ragazzi all’angolo, appoggiati alle moto, braccia incrociate, chiassosi ed esuberanti.  Come al solito, non dò retta a nessuno, guardo dritto, naso in su, che picturesghignazzino pure, a quindici-sedici anni ci sei già tanto abituata ai ‘latin lovers’ del rione, le battute volgari, quei tentativi di seduzione super-patetici.  Ci passo davanti a testa alta e moltocool. Improvvisamente mi si spezza il tacco, mi acchiappo una storta alla caviglia e quasi ci casco adosso!  Naturalmente ho il viso in fiamme, un dolore pauroso al piede, il tacco è separato dalla suola e so che tutto l’orgoglio dell’universo non mi salverà la faccia.  Mi allontano, zoppicante e col tacco in mano, fingendo che non sia successo nulla, e menomale che il tempo ha offuscato il ricordo di ciò che avranno (sguaiatamente) gridato in dialetto napoletano!

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S. Giorgio a Cremano

Diciotto anni, sciopero al liceo.  Degli studenti, naturalmente.  So che mio padre (direttore didattico del primo circolo) si aspetta che io ci entri, in aula, e ci resti per ore, anche se nessun altro si fa vivo.  Di solito obbedisco, ma stavolta no.  Gironzolo per Viale Leonardo col mio ragazzo, spensierata (più o meno), pregustando una mattinata di pace, quando, accidenti! mi sento chiamare e vedo avvicinarsi al marciapiede la Simca verde del genitore!  Non appare spensierato lui, e non si beve la mia storia che, ecco, c’era lo sciopero e quindi io (con l’appoggio del mio scrupolosissimo fidanzato) avevo pensato di approfittarne per andare a comprare un regalo per la festa del papà…Monto in macchina e lui non dice una parola.  Una giornata chiusa in casa a studiare fu la mia triste sorte.  Il mio ragazzo?  Fortunatissimo che non ne ha prese!

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Portici, Granatello

Ginnasio superiore.  Se mi conoscete, saprete che la matematica (e la fisica e la chimica) non è mai stata il mio forte.  Mi mandano a S. Giorgio a Cremano, i miei, per ripetizioni con una professoressa amica di famiglia.  Prendo l’autobus ogni giovedì e, con grandi sospiri, mi rassegno alla tortura settimanale.  Si parla di sciopero (certo, di nuovo) domani, chissà per quale cavolata, ma per me vuol dire niente compito di algebra!  Al ritorno dalla lezione (dove non ho poi capito granché, nonostante la prof ci abbia tanto provato), salgo sull’autobus carica di libri e quaderni e trovo un posto di dietro.  E chi sta seduto lì vicino?  Semplicemente il ragazzo più figo del liceo, alto e magro, coi capelli lunghi e quel viso angolare, tanto espressivo, che mi fa palpitare il cuore.  Ciao, mi dice, anche se non credo che lui sappia esattamente chi sia (lui è più grande e molto preso dai convegni politici).  Ci vai a scuola domani?, mi chiede (ho un po’ la faccia da secchiona, o forse sono i libri…).  No, rispondo con fermezza,partecipo allo sciopero.  Un sorriso leggero (sorpreso?) gli scalda le labbra. Brava! Mi sfiora il braccio leggermente (tremo!), allora vieni all’assemblea? Scuoto la testa, Veramente, non ci vado perché non sono preparata per il compito di matematica…È come se lo avessi schiaffeggiato.  Il sorriso diventa malvagio (disgustato dalla mia mancanza di coscienza politica?), si gira e non mi rivolge più la parola.  Un percorso lungo e pesante fino a Portici.

Dunque, per le vie della mia città, penso e soffro – il teatro e quella canzone dei Pooh; l’acquazzone improvviso e la corsa nel portone in una traversa vicino al tennis; il tramonto al Granatello e il sospiro delle onde che mi accarezzava la schiena nuda.  E forse anche il metallo freddo dell’orologio che però mi scotta il polso.  Ma c’è pure qualche comica, innocente, dolce-amara, scaldacuore senza lacrime.  Grazie anche per le comiche, Portici! Non meno importanti dei colpi al cuore.

Venerdì, Sabato e Domenica: Buona Pasqua!

30 marzo 2013

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Pasqua.  Ve la auguro stupenda!  Pasqua a Portici, di solito calduccio il tempo, sandali bianchi senza collant, vestitino chiaro a maniche corte.  Parlo di allora, ma poi certe cose non cambiano – meno le scarpe, che adesso hanno quell’accidente di plateau tipo piedistallo che a me non è mai piaciuto (non è sexy, ragazze!  Trasforma gli uomini in nanerottoli, e chi lo vuole?).  Pasqua a Modena, sempre ‘allora’.  Avevo, direi, sedici anni, portata a forza.  Strappata dal ‘grande amore’, oh le scenate, i pianti, i musi…Poi, arrivata là, tutto a posto. Instant distraction.  Le premure dei parenti di mia madre, il parrucchiere di moda che mi fece la brasiliana, la bella borsa di pelle in regalo e anche la grande e unica Ghirlandina.  E poi i tortellini alla panna, cielo, che delizia…A sedici anni si soffre a sangue.  Però il giorno dopo basta sentirsi sfiorare dallo sguardo di uno sconosciuto (figo, chiaro) e ti senti già meglio.  Tutto passa velocemente, anche quando credi proprio di crepare da un momento all’altro perché non lo vedrai per cinque giorni.  Yes, youth is so wasted on the young indeed.  Pasqua a Colli, la casa fredda come una tomba, il broncio (sempre la stePastiera for Easter 2013ssa storia), la frittata di Pasqua che ci regalavano i vicini, altissima e dorata, strapiena di salumi e formaggio, profumata di
nepitella, pesava un quintale e si tagliava a fette come una torta, mai vista in nessuna altra parte del mondo.  La chiesa in piazza, dove si usava separare le donne dagli uomini  (è vero, lo giuro! Cosa pazzesca, e non parlo di tantissimo tempo fa…), e noi ragazzine trascorrevamo tutta la messa a sbirciare i ragazzi dall’altro lato e a tapparci la bocca con la mano, incapaci di trattenere la ridarella.  Pasqua a Yonkers, giovanissima mamma, già americana ma non proprio, che cercava di capire la messa in inglese (ma che cavolo dicono?).  Pasqua in America, New York, New York, fronde di palme, coniglietti rosa di peluche, uova sode da colorare a casa e poi nascondere così i piccoli ci vanno a caccia e le scoprono tutte, belle nascoste dall’ Easter Bunny…Pasqua a New York con la mia Pastiera, ogni anno più bella e preziosa, morbida, calda e cremosa, profumata di fior d’arancio, di mare, di terra rossa e di rimpianti.  Dunque, dicevo, ve la auguro meravigliosa, questa Pasqua, carissimi amici italiani, piena di speranza perché senza quella non si va avanti for sure, ma la forza c’è e anche la volontà di cambiare quello che non funziona.  Buona Pasqua, Happy Easter, allora, vi auguro pastiere dorate e colombe incrostate di mandorle e di granella di zucchero, tenere e leggere, pronte a spiccare il volo verso la costruzione di un mondo più dolce.

Il nonno and word puzzles: A Memoir

Grandparents were not an intrinsic part of my life, when I was growing up in Italy.  My father’s parents had passed away long before my birth, while my Settimana enigmisticamaternal grandmother was only a shadowy figure, having died when I was still a young child, and, living in Northern Italy, we saw her rarely and held vague memories.  But she had blue hair, that I remember.  That is, white with an azure hue, always worn in a tight bun, and in their apartment in Modena there was a refrigerator that was locked with a key! I swear it, something that strongly impressed me as child, and I used to wonder what food was so precious that had to be kept locked up.  Never found out.  However, after she passed on, my inconsolable grandfather began traveling – cautiously – to the ‘Deep South’ twice a year, to spend a month or so with us.  Prepariamogli la camera my mother would urge, let’s set up his room, which usually meant that my brother was kicked out of his and had to share quarters with us unwelcoming and resentful girls.  Or, move to a teeny picturetiny room that at one time was next to my father’s studio, where there was barely enough room for a single bed and a chair to use as a night table.  Either way, the arrival of nonno Romolo was always highly anticipated and the three of us used to argue fiercely about who would go with my father to pick him up at the Naples’ train station.  Seating in the old Simca being limited, somebody was always left behind, and often it was yours truly.  No matter, the wait was equally sweet at home, as I kept peeking out of the balcony that looked upon the courtyard, excited to catch a glimpse of the car returning with its precious cargo.  The gifts.  Well, yes, nonno Romolo never showed up empty-handed, and the gifts were particularly treasured because they were BOOKS.  Yes, splendid, oversized, glossy, lavishly illustrated books, fairy tales, adventures, fantasies.  As a small child I looked forward to the wondrous classic fairy tales, then, later, to the thicker volumes, with few Settiman Enigmistica, Mara readingdrawings and tinier print, often unusual stories so enthralling that kept me up at night.  Then, as we moved into our early teens, they became literary classics and even (for me) romantic novels which in those naïve days made my little heart soar upon the wings of longed-for great romances with all their tragic glory.  Oh well, thank God we get over these things, since the transmuting of potential princes Charming into creatures more appropriately described by a less flattering adjective, could be a serious downer.  Anyway.  But the fascination with the printed word didn’t end with us; il nonno, an intelligent and curious man, was passionate about word games.  Hence, the renowned weekly puzzles magazine, La Settiman Enigmistica, was always packed with his luggage.  When he came to visit in periods of school vacation, we all looked forward to going to the Bosco reale where the much-loved pista di pattinaggio awaited us. The lush gardens of the Royal Palace of Portici were the green surroundings of a large roller-skating rink, where we had learned to take our first wheeled steps.  We cheerfully walked with him across town, then scrambled to put on our skates over our tennis shoes, tying the double straps carefully all around, eager to take off.  Well, my brother, actually, was the one who would instantly race off (often backward!) into the distance, Settimana enigmisticadefying danger and common sense.  My little sister would calmly stroll off with graceful movements, while I would hover by the handrail, yearning to glide into the distance but terrified of falling on my face.  The story of my life.  I see him now, dressed in his gray suit and dark tie, a hat over his mostly bold head, settle himself on the worn-out green wooden bench across from the rink, pull out a crisp new copy of the Settimana, produce a sharp pencil and get to work.  Starting at page one, skipping nothing, methodically writing his way through crossword puzzles and riddles, chuckling quietly at the jokes and vignettes interspersed on the black and white pages, and continuing (with a couple of cigarette breaks) till it was time to head home forpranzo.  This venerable magazine will forever be associated with him, just like the delectable emerald-green mint candies that he carried in his pocket, so deliciously strong that took your breath away, which he always offered us by the handful during our outings together.  Here I am now, in my Westchester home, leafing through the issues of  “La Settimana Enigmistica”, picked up when I was in Italy this past October, and each page touches a cord, flashes an image, awakens a story, and my fingers tremble slightly at the tender memories of my temps perdu.

The Market Street in Portici

It hasn’t changed much from my childhood days.  Okay, so my family in Italy tells me sure it has a bit, certo, non ti ricordi i venditori ambulanti…?  Perhaps, but the feeling is the same.  The sounds in my beloved Neapolitan dialect, the glorious visual – bright  red cherry tomatoes, deep-orange squashes and the sizzling emerald of the “friarielli”, the greens of my childhood, similar to broccoli di rape, but not quite, a specialty of the countryside around Naples, super-delicious with sausages – the scents of brioscine and cornetti fresh out of the oven, bursting with custard or jam.  The piles of adorable dish towels, aprons, tablecloths for hardly anything (we’re talking about 1 euro or less, seriously), the silky tunics for 5 Euros, delicate espresso cups for next-to-nothing, and of course the traditional statuettes of Neapolitan mascot Pulcinella… My childhood and adolescence live on the market street in Portici, crazy/wild/absurd/much-loved Via Marconi, traffic jams and all.  Take a look at the past that is also the present, life on a stage, melancholy, regret, heartache, love, joy, all that we are… Video-taped this October by yours truly.

La Pastiera: una volta la detestavo

5 aprile 2012

Credo che sia un dolce che abbia bisogno di una certa maturità.  Del pictureconsumatore, voglio dire.  Antica e sofisticata, delicatamente aromatica, cremosa e seducente, la pastiera napoletana regna suprema per Pasqua.  Per gli adulti.  Regalate pure le belle uova di cioccolato con la sorpresa ai bambini, che le distruggano accanitamente per raggiungere quel tesorino di plastica, ma non pretendete che apprezzino la pastiera.  Chissà, forse è colpa dell’accento esotico dell’acqua di fior d’arancio, oppure della strana presenza del grano, ingredienti non comunissimi nei dolci.  Fatto sta che io, da ragazzina, proprio non potevo vederla.  E non comprendevo tutto l’entusiasmo dei grandi, in attesa della nascita pasquale di questo strano dolce.  Come al solito, erano le gentilissime suore del’Istituto di NS di Lourdes a portarci ogni anno quella grande teglia di pastiera.  Che poi mia madre posava cerimoniosamente sul marmo del buffet della sala da pranzo, coperta da carta da pasticciere, da non toccarsi fino al giorno di Pasqua dopo pranzo.  E chi la toccava?  Infatti, durava piuttosto a lungo, la grande torta, dal momento che erano solo i miei genitori a gustarne una fettina o due al giorno.  Mi mise pure nei guai col professore d’inglese, alle medie alla Melloni, la pastiera.  Mi spiego.  Mi era molto antipatico, il professor B, anzi mi aveva proprio rovinato l’interesse che avevo da sempre per questa lingua.  Presuntuoso, un pallone gonfiato, credeva di essere il principe della lingua inglese, quasi al livello con la regina Elisabetta; non aveva un minimo di pazienza con noi ragazzini di undici-dodici anni che cercavamo con gran fatica d’imparare quella strana, diversissima lingua.  Ed io, che morivo dalla voglia di parlarla da quando avevo conosciuto i miei cugini americani, da poco trasferiti a Portici, fui molto delusa dalle lezioni.  Ero proprio terrorizzata di lui, tremavo quando mi faceva una domanda, per paura di dare una picturerisposta erronea.  Comunque, poco prima di Pasqua, lui cominciò a parlare della gloria della pastiera, quel sapore divino, quel profumo paradisiaco di fior d’arancio…ed io feci il grande errore di annunciare, anche se sottovoce, che a me non piaceva per niente.  Tuoni e fulmini seguirono! Si offese come se gli avessi detto che era uno stronzo (lo era), altamente infastidito dalla mia opinione immatura.  Non presi mai più di un sei sui compiti, e quello a stento.  A fine anno supplicai mio padre di iscrivermi all’altra scuola media di Portici, la Morgan.  Dove ebbi poi una fantastica professoressa d’inglese, biondina, giovane, simpatica, e diventai la prima della classe!  Beh, gli anni (tantissimi) sono passati, il mio palato è maturato, e la meravigliosa pastiera è l’unico dolce che preparo per Pasqua, bella grande, biondissima, nella teglia che comprai al mercato di Portici anni fa, tipicamente napoletana, profumatissima, splendore della cucina partenopea.  Buona Pasqua a voi tutti, amici italiani! Vi auguro gioia infinita ed una bella fetta di pastiera!

A live taste of Portici

I know, some of you might think I’m exaggerating with my fervent accolades for my hometown.  Portici, that is, the one and only.  Nostalgia, you might say, rosy remembrances of a lost time, a golden childhood, a thrilling adolescence steeped in romance, my ‘wonder years’ immortalized in a still picture forever glowing.  Not so. Though my memories are caressed by the hue of wistfulness, there was often the harsh reality of extreme sorrow, as my heart was torn out – fragile and still pulsating – not a few times.  But one gets strong (and, yes, touched with cynicism) when slapped by pain, because that is the essence of human survival.  But Portici is real.  It was then, it is now.  A small Mediterranean city with all the qualities of such a place, and you know them – the nearly perpetual sunshine, the shimmer of the calm sea lapping at the foothills of Vesuvius, the boulevards lined with aristocratic villas, yes, faded these days, some slowly crumbling, but clinging with tenacity to the dignity of their glorious past.  Then, still within walking distance, you can step into the ancient Roman past at the Ercolano excavations, not less fascinating than famous Pompei. And the abundance of food, of course, really,really good food, the one you dream about on frigid New York winter nights.  But Portici is so much more.  Vibrant with people that explode on the beautiful downtown streets in the evening, wearing chic boots and super-long scarves arranged and knotted in such creative ways (which I’m still trying to figure out).  People who are exuberant, wise and accepting, even in these hard times, most of them smoking freely, and I walk into the clouds of their smoke, trembling with my memories.  Glittering boutiques selling Emilio Pucci and Dolce & Gabbana at exorbitant prices, and those the thrills that only your eyes can enjoy.  But stroll down a few more meters and a glorious saldi sign beckons from a cheerful little shop, where you can indulge in an elegant charcoal-gray shrug for only a few Euros.  Or a pair of suede platform pumps (coral red, perhaps), not signed by Ferragamo, but just as delicious.  Of course it’s a city of great contrasts, my Portici, but isn’t this what makes a place mysterious and exciting?  I love (LOVE) Via Marconi, the open market street, the melodious (or not so much) cries of the vendors, praising their just-off-the-fishing boats at the Granatello (the picturesque harbor) seafood, which you know it’s going to be tender and exquisite in a light sauce aromatized by the local white wine.  Snatch up (and I do) a warm and flaky cream-filled cornetto for less than a Euro at a unassuming bar, where the espresso is (always) the best you ever had.  I hear the sharp tapping of my heels on the artistically placed sanpietrini (a kind of cobblestone made from lava), and the snapping noise reverberates through my body, spreading through my veins, and I feel my revitalized blood flow energetic, bearer of new hope.  Walk with me, my friends, on those sanpietrini, even if for just a few minutes.  Let the green, velvety afternoon light that ensconces the Vesuvius warm your heart, tease your imagination.  Let my Portici seduce you too. (For more videos about Portici go to YouTube, search my name or MaraWriter.)

Mara on Viale Leonardo da Vinci in Portici

27 novembre 2010

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Vola sempre il mio pensiero.  Libera stamattina. Infilo in tasca il cellulare e comincio a girare per le strade della mia città.  C’è un po’ di vento, freddino; sento sul collo il respiro che morde dell’inverno già in agguato; le foglie rosse e gialle che calpesto cominciano a marcire, a disintegrarsi in polvere e fango.  Mi avvio giù per la discesa verso il centro, ma…non c’è nessuno in giro.  Il suono del silenzio mi turba, e mi trovo stranamente confusa in questa ghost town.  Ma dove siete, miei concittadini? Vi nascondete nelle vostre villette dietro gli alberi che cominciano a denudarsi? Dov’è il mio tenero frastuono? Dov’è la mia folla con quel caro accento napoletano? Dov’è la mia Portici quando ne ho bisogno?  Viale Leonardo da Vinci di nuovo mi torna in mente, coi ricordi semplici eppure struggenti, di quei giorni passati ma sempre presenti, dolce tortura che mi culla quando non so più a che cosa aggrapparmi.  Ecco un brevissimo filmato ripreso in ottobre, mentre vagavo, sola e emozionata (sì, sempre emozionata quando sono qui, sento più che vedo, e forse quel che vedo appartiene ad ‘allora’) per le strade che furono lo sfondo della mia adolescenza.  But moving on, no? Tristemente inevitabile.

Terra rossa, polvere di un tempo

24 ottobre 2010

Terra rossa, polverosa, che ti si attacca alle scarpe e che poi porti a casa. Vederla, adesso, a questa distanza di anni e di chilometri (migliaia!) mi afferra il cuore e me lo stringe tanto da farlo sanguinare.  Parlo del Velotti, il tennis Club che fu, allora, parte integrale della mia vita.  A Portici naturalmente.  Qualche giorno fa, un tardo pomeriggio di ottobre, un altro viaggio “a casa”, sola coi miei pensieri e i ricordi che non mi danno tregua.  Eccomi qui, mentre girovago per il mio Viale Leonardo da Vinci, vivo, vibrante, tanti volti sconosciuti, ma che io dovrei conoscere perché insomma è la mia città questa e le sue strade mi appartengono.  No, non più.  Sono un fantasma forse, gliding silenziosa, sì, commossa, col cuore in mano, ma nascosto sotto un velo d’indifferenza.  Non è affollato, in questo momento, il Velotti, ma so che tra un po’ lo sarà.  Ragazzini a lezione, chiassosi, esuberanti, felici…C’erano i miei amici qui una volta.  Con le loro racchette e i tennis whites, pronti a giocare.  Io no, mai imparato il tennis.  Mi mettevo lì, appoggiata alla ringhiera, con tanto di minigonna e tacchi a spillo, e lasciavo che il vento giocherellasse coi miei capelli, castani allora, lunghi, lisci, che poi si annodavano, ma che importanza aveva, c’erano tutti i miei cari lì, ed ero felice.  Beh, most of the time.  Insomma, quella felicità che sale e scende a giornata, quando hai diciott’anni, e che di solito ha a che fare con l’amore.  Eh, sì, noi donne proprio ce lo teniamo stretto questo feeling, anche quando ce lo calpestano. Ma rinunciarci? Mai.  Well. Osservo gli istruttori al gioco, bravi, simpatici, calmi, che mi gettano poi addosso delle occhiate, ma che ci fa ‘sta bionda a filmare il tennis? insomma, è solo un posto come un altro…Ma no, non lo è, cari signori, è il centro delle mie emozioni, una culla di passioni e sogni e speranze, di una vita fa, quando le amicizie erano dolci e ancora idealistiche, e i ragazzi, beh, erano miei, anche se solo per un attimo forse.  Ma conservo ancora le loro impronte nel mio cuore.  E sì, se scopro appena quell’angolino remoto dove seppellisco le immagini che ho dovuto respingere, ti sento ancora, sai? (Nel mio breve filmato parlo soprattutto in inglese, per offrire il feeling nostalgico anche ai miei lettori americani.  A voi, italiani miei, dono la prosa.)