Modena Revisited

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Non mi aspettavo che fosse così bella.

Modena.

Certo che c’ero già stata varie volte, da quando ero piccolissima, siccome era la home town di mia madre, ma, insomma, non ricordavo molto, o non ci facevo caso, sempre presa da tanti altri stimoli e impegni vari.

Stavolta però ci sono stata più a lungo e ad occhi apertissimi.  Sono stati loro, naturalmente, a darmi la meravigliosa opportunità di immergermi totalmente in questa esperienza, i cugini.  Con la lora calda e sincera accoglienza, questi cugini di cui conoscevo ben poco, hanno permesso a me e a mia figlia di goderci una vera e propria vacanza, priva di stress e di drammi.  Ci siamo sentite subito a casa, già dal primo giorno, circondate da affetto, ospiti attese e volute, per cui  loro si sono fatti in quattro, organizzando numerose gite in posti stupendi.  Non succedono spesso queste cose, e gliene sarò eternamente grata.

Subito a mio agio nella loro bella casa in una zona residenziale, circondata da alberi e con una piacevole vista dei “tetti di Modena”, mi sono abbandonata a questa città e a tutto ciò che ha da offrire. E da offrire ha tanto.

Elegante, organizzata, pulitissima, mi inonda in una luce dorata, mentre cammino sui suoi viali, luce riflessa dai palazzi giallo uovo e arancione, tinte vibranti e gioiose, un abbraccio caldo e antico.  Tanta storia in questa grande piccola città, nella sua architettura, nei sorprendenti canali sotterranei, nella gloria romanica del magnifico Duomo e della sua Ghirlandina; Piazza Grande coperta da un tappeto di sassi resi lisci da secoli di passi umani, inclusi i miei, se pur appena un po’ esitanti, dati i tacchi di cui non faccio mai a meno.

 Ho riscoperto il Mercato Coperto, di cui avevo una vaga memoria.  Ero piccola, forse sei-sette anni, e mio zio mi portò lì, al mercato col tetto, cosa che non avevo mai visto; ricordo i fruttivendoli con le cassette tutte ordinate e il pane, tanto pane dalle forme insolite, bianco come il gesso, denso ma leggero; e quel meraviglioso prosciutto crudo, unico al mondo. ‘Vuoi un panino al prosciutto?’, mi chiedeva lo zio Walter, un signore alto che mi faceva un po’ soggezione, non lo vedevo spesso, abitando a Napoli.  Certo che sì! Un buon panino al prosciutto rimane ancora uno dei miei pasti preferiti.  Ero felice allora, vagando con mio zio per il mercatino, mentre mi gustavo il mio snack.  E lo sono stata di nuovo, quest’estate, anche se i miei interessi, oltre al prosciutto e al parmigiano, si sono allargati ad altre delizie, come il ‘savor’, che non conoscevo, ma che adesso è il mio ripieno preferito dei tortelli dolci.

 Quei cedri canditi, lucidi e spessi, a prezzi ragionevolissimi (sono abituata agli imports, vivendo in America), fiori, tanti fiori, e la gente che fa la spesa e conversa, ed io lì incantata ad ascoltare il loro accento modenese che mi ricorda mia madre, e mi vengono un po’ gli occhi lucidi.

Tanti bei negozi, poi! Voi che seguite i miei blog ben saprete che lo shopping è un’attività da me molto amata, e ce ne sono di belle cose in questi deliziosi negozi del centro, all’ombra dei magnifici portici.  E i bar con tanti dolci da farti venire il capogiro.  Le crostate di amarena modenesi sono decisamente le migliori al mondo.  E ‘il gnocco’, gonfio, morbido e friabile, caldo e squisito.  Mia madre lo chiamava la crescente e lo faceva spesso quando eravamo piccoli, ed era sempre una festa.  Dio, come si mangia bene a Modena! Tortellini fragranti, tortelloni enormi e panciuti e così magnificamente gialli, le tigelle col lardo, le piadine morbide, le tagliatelle col sugo bianco ai porcini freschi, e il Lambrusco!  Tanto Lambrusco, tutti i giorni a pranzo un bel bicchiere (o due) di questo meraviglioso vino frizzante.

Una città antica e moderna, decisamente chic, passeggiabile, invitante.  Infatti, se dovessi tornare ad abitare in Italia, sceglierei Modena.  Certo, dovrei imparare ad andare in bicicletta, dato che è il metodo di trasporto più diffuso!

Una città serena, adagiata sulla pianura, circondata da colline verdeggianti e fresche, con panorami mozzafiato.  Situata poi in una zona talmente centrale, che puoi tranquillamente farti delle gite in tanti posti idillici, tipo Firenze, Milano, Venezia, Verona, il Lago di Garda, le spiagge dell’Adriatico e altri, e tornare a casa sazia ed elettrizzata da tanta bellezza, che poi rivivi nelle centinaia di foto scattate con lo Smartphone.

Ho riscoperto le mie origini modenesi, che erano sempre state un pò nascoste dietro alla mia quotidianità meridionale. Ma sono forti queste radici materne, solide, e ne sono infinitamente fiera.

Grazie, Modena, per aver risvegliato in me sentimenti ed emozioni un po’ assopiti.  Sono ben sveglia adesso, e carica.  Non vedo l’ora di tornare.

Grande Modena, you are in my heart.

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La mia dinastia

 

26 gennaio 2019

Ho creato una dinastia americana e non me ne sono neanche accorta.

Una ragazzina diciottenne, che, fierissima, mostra il diploma dell’illustre liceo classico, in viaggio per New York.  Che regalo da sogno!  Chi se lo aspettava mai che i miei mi facessero un dono del genere? Complimenti per il diploma e quel gran bel voto, Mara, vai e goditi l’America per un mese!

Sono passati quarant’anni.

Sono diventata una New Yorker.

 

Da me, a lui, ai tre figli, poi ai loro coniugi, infine ai nuovi piccoli. Siamo in dieci adesso.  Il ciclo della vita continua e cambia continenti, lingue, culture.

Ho cominciato una dinastia americana, io, la figlia del direttore di Portici, timida, sempre un po’ impacciata, certamente insicura, persa nei sogni di grandi amori e terre lontane.

Conquistati entrambi.

Eccomi qui, figlia nativa di Napoli, ma il sangue che mi scorre nelle vene è modenese e molisano a metà. La prossima generazione è americana, grazie a me, cari antenati modenesi e molisani! Il vostro nobile sangue scorrerà nelle vene di bambini delle stars and stripes, che parleranno pure un’altra lingua, ma che si tengono ben strette le loro radici italiane. Bambini bellissimi, dagli occhi in varie tonalità di blu, dal chiarissimo, quasi grigio, all’azzurro scuro e intenso, a quello che a volte si confonde col verde.

Un pezzetto del vostro futuro apparterrà per sempre alla terra dell’Empire State Building, delle praterie senza fine, della costa ventosa della California.

 

Vi ho portato in America, miei cari! I Di Sandro continueranno la loro avventura oltremare e così anche i Nocetti, questi ultimi forse alle loro prime armi con i grandi States.

Il cuore duole a volte, l’anima piange, la nostalgia ti abbatte, la delusione per il comportamenteo di alcuni che si sono rivelati infidi ti fa intristire e anche infuriare.  Ma a quegli umanissimi sentimenti se ne aggiunge un altro che poi finisce con schiacciarli tutti: l’orgoglio, l’immenso orgoglio di ciò che sono riuscita a conseguire semplicemente vivendo la mia vita, senza programmi, ma armata solo di spontaneità e infinita speranza.

 

Ad maiora, mia grande dinastia, seguite i vostri sogni in questo grande Paese!

Fotografie dell’autore: dall’alto: Il fiume Hudson, Westchester County, NY, sulle cui sponde abito adesso; Empire State Building, NYC;  Portici (Granatello), dove sono cresciuta;  Modena (la Ghirlandina), la città di mia madre;  Colli al Volturno (le Mainarde), il paese di mio padre;  Napoli (la Clinica Mediterranea, Mergellina, dove sono nata).

 

Carnevale: Slip on your Venetian mask and dare!

Let the festivities begin!Mara, flapper dress, masked

Time to indulge, to be deliciously naughty, to ignore the code of a polite society and common sense.

Just put on that mask, and leave it there for a few days

Carnevale!

When all the rules are broken and, sure, do whatever the hell you crave to do.

There are no spouses and no kids, at Carnevale, no neighbors or co-workers to judge you, no wine you cannot imbibe, no super-caloric, scrumptious morsel you are not allowed to savor, no way-too-short way-too-low-cut way-too-gaudy-bright outfit you shouldn’t really…

Dance along the water-lined alleys of Venice, shout to the world who it is you really love/want/ desire/hate (make sure mask is securely in place!), swirl in a stranger’s arms in a candle-lit ballroom in a seventeenth century palazzo ducale, breathe in the seductive night air on the veranda, live your unspoken fantasies in the universe turned upside-down, allow the music to inebriate your senses, carpe diem is exploding full-force tonight.

Mara, flapper dress, full lengthBe a feisty Colombina, be a mysterious veiled danseuse du ventre, embrace the Charleston as sad/seductive/enigmatic Daisy, release your secret Charlize and swing from the ceiling in a flowing gold dress; sway on the battered cobblestoned streets of Naples in your own Dolce & Gabbana vignette, confident, regal in dizzying stilettos.

Or.

Grow up in my middle class family in Italy, and be told, No, niente costume, spreco di soldi.   Yet another year without the much-coveted costume to show off in school, just because you’ll never wear it again, waste of money. That’s right, my very pragmatic parents would plan extensive summer vacations on the then undiscovered beaches of Calabria, but refused to shell out for a silly Carnival costume. Didn’t matter that literally ALL the other children boldly displayed their exciting festive outfits; no peer pressure for my parents, for sure.

Oh well, we had our cardboard masks, eye holes clearly cut out, to place on our face and secure with a thin rubber band around the head. I had quite a collection of them, all intriguing girlie characters – golden-haired princesses, fairies and folktale damsels.

Of course the stelle filanti and coriandoli flowed abundantly, the cheerful multi-colored streamers and teeny tiny confetti that would fly out everywhere, to be discovered in every corner of the house for the next several months. And there were poems recited in school, theme plays, and sweet treats, since school was simply a stage at Carnevale, all things aIMG_2953cademic happily brushed aside.

Then, when we came home, excited and frustrated at once, my mother would be rushing around (she, also, barely home from school), to put together the delicate lemony dough for the frappe, a traditional sweet for martedì grasso, delectable knotted (or not) dough ribbons fried in a panful of bubbling oil (or strutto, lard, if you dared), to be copiously dusted with vanilla-flavored powdered sugar when still hot and crisp. They respond to many names, the delicious frappe of my Italian days, like chiacchiere, cenci, bugie, crostoli, and many others, based on what region you are in.   I call them frappe, since my mother grew up in Modena, and this is the local name for them.

A plateful of them, freshly fried, is a gift of golden crunch, sparkly citrus and vanilla flavors (with a healthy touch of wine or brandy). She would also sprinkle them with a handful of colorful diavolilli, which is what nonpareils are called in Naples (little devils).

Here is her recipe. Buon Carnevale a tutti!

Making Tortelli on a Winter Day: A Food Memoir

It was always on a wintry day.  A Neapolitan winter, of course, cold, maybe picturedamp, somewhat gray, though not always.  Not talking about the arctic zone that we are experiencing here in New York.

Anyway, she was always running around, stressed, multi-tasking, my mother, dashing from one chore to the next, between school and home and daily food shopping at the fresh market.

But then, we had Saturday afternoon, work set aside for the weekend, and the kitchen clamoring for activity.  I would pass by the kitchen door, perhaps on my way out to hang with friends and/or boyfriend du jour, and notice that the Formica kitchen table had been fully covered by the great tagliere, the thick wooden board that my mother would take out when making tortellini, usually at Christmas or Easter time.

But on this anonymous winter afternoon, she was just putting together a fragrant sweet dough for her famous Tortelli.  A specialty of her beloved hometown of Modena, delectable Tortelli are little pastries encasing a dollop of thick jam, preferably amarena, sour cherry preserves that is very popular in the Emilia-Romagna region, where these tart, brownish-red cherries grow abundantly though briefly.  They have a unique flavor that marries flawlessly with pastry.  Think Crostata di amarene, a culinary dream.

I already had my pocketbook slung over my shoulder and my high-heeled leather boots on, but I paused and peeked in.  Quietly, not to unsettle her, since she didn’t take well to distractions (or, usually, demands) from family, when she was concentrating on a task that wasn’t routine.

The yellow, buttery dough smelled of lemon and egg yolks, and she was methodically cutting circles with a glass, making neat little rounds.

Sometimes, I would stop by the table and just steal a scrap of the raw dough, which tasted like happiness, sunshine and spring.  She would mumble something, but continue to prepare her little tortelli shapes.  A jar of dense, intensely-flavored jam was waiting on the counter, and soon she would start to carefully and minimally fill the center of the dough rounds.  Then she would deftly fold the pasta frolla over the jam, and seal the edges securely.  Beautifully plump and smooth, the tortelli waited, enticingly lined up, for the oil to heat in a large frying pan.  Oh, the aroma of the first perfectly golden pastries draining on absorbent paper on a plate!  I was going out, damn, why did she have to do this now? 

I remained frozen by the kitchen door, considering my next step: wait for these delights to be cool enough to taste, or just hasten out, and enjoy them upon my return?  But, would there be any left?  Seriously, the greediness of my siblings was acute, and once they pounced on them, nothing at all might remain…A dilemma, for sure.  Boyfriend or a fewtortelli?  You might not believe this, but usually I just ran out, period.  Yes, I did have my priorities and food was not one of them.  So I would shout at my brother and sister (already on stand-by), Lasciatemi dei tortelli o vi ammazzo!, Leave me some pastries or I’ll kill you, or something along those lines, and quickly leave.  Did I find any, a few hours later?  Yes, I did, my mother always made sure, because I know that the two of them wouldn’t even think of it, my dramatic threat notwithstanding.

Here I am, today, in this glacial February morning, gathering my ingredients and channeling my mother of those many years ago (yes, I’m always hassled and anxious myself, genetics, I guess), and looking forward to surprise my children with this delicious sweet of my childhood memories.

I’m working on the translation and the adjusting of the measurements for this recipe.  Also, I’m perfecting it, especially since I baked thetortelli instead of frying them, which is the current way of cooking them.  This is sure to be added to my upcoming cookbook!

Venerdì, Sabato e Domenica: Buona Pasqua!

30 marzo 2013

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Pasqua.  Ve la auguro stupenda!  Pasqua a Portici, di solito calduccio il tempo, sandali bianchi senza collant, vestitino chiaro a maniche corte.  Parlo di allora, ma poi certe cose non cambiano – meno le scarpe, che adesso hanno quell’accidente di plateau tipo piedistallo che a me non è mai piaciuto (non è sexy, ragazze!  Trasforma gli uomini in nanerottoli, e chi lo vuole?).  Pasqua a Modena, sempre ‘allora’.  Avevo, direi, sedici anni, portata a forza.  Strappata dal ‘grande amore’, oh le scenate, i pianti, i musi…Poi, arrivata là, tutto a posto. Instant distraction.  Le premure dei parenti di mia madre, il parrucchiere di moda che mi fece la brasiliana, la bella borsa di pelle in regalo e anche la grande e unica Ghirlandina.  E poi i tortellini alla panna, cielo, che delizia…A sedici anni si soffre a sangue.  Però il giorno dopo basta sentirsi sfiorare dallo sguardo di uno sconosciuto (figo, chiaro) e ti senti già meglio.  Tutto passa velocemente, anche quando credi proprio di crepare da un momento all’altro perché non lo vedrai per cinque giorni.  Yes, youth is so wasted on the young indeed.  Pasqua a Colli, la casa fredda come una tomba, il broncio (sempre la stePastiera for Easter 2013ssa storia), la frittata di Pasqua che ci regalavano i vicini, altissima e dorata, strapiena di salumi e formaggio, profumata di
nepitella, pesava un quintale e si tagliava a fette come una torta, mai vista in nessuna altra parte del mondo.  La chiesa in piazza, dove si usava separare le donne dagli uomini  (è vero, lo giuro! Cosa pazzesca, e non parlo di tantissimo tempo fa…), e noi ragazzine trascorrevamo tutta la messa a sbirciare i ragazzi dall’altro lato e a tapparci la bocca con la mano, incapaci di trattenere la ridarella.  Pasqua a Yonkers, giovanissima mamma, già americana ma non proprio, che cercava di capire la messa in inglese (ma che cavolo dicono?).  Pasqua in America, New York, New York, fronde di palme, coniglietti rosa di peluche, uova sode da colorare a casa e poi nascondere così i piccoli ci vanno a caccia e le scoprono tutte, belle nascoste dall’ Easter Bunny…Pasqua a New York con la mia Pastiera, ogni anno più bella e preziosa, morbida, calda e cremosa, profumata di fior d’arancio, di mare, di terra rossa e di rimpianti.  Dunque, dicevo, ve la auguro meravigliosa, questa Pasqua, carissimi amici italiani, piena di speranza perché senza quella non si va avanti for sure, ma la forza c’è e anche la volontà di cambiare quello che non funziona.  Buona Pasqua, Happy Easter, allora, vi auguro pastiere dorate e colombe incrostate di mandorle e di granella di zucchero, tenere e leggere, pronte a spiccare il volo verso la costruzione di un mondo più dolce.

The Ciambella Romagnola lives on : Her cake

It’s the simple, most ordinary things that remind me of her.  My mother.  Let’s say, I make her ragù with veal, with a touch of porcini, and it tastes just like hers, so I think, yes, I’ll tell her, I’ll call her…But no.  Silly me for forgetting that she’s gone.  Not in her yellow kitchen in Portici anymore, leafing through a magazine between chores.  Not hanging the clothes out to dry on the balpicturecony facing the stunning Bay of Naples, thinking (I know) how lucky she is to be here, witnessing this, the most amazingly beautiful panorama in the whole world.  She’s not rushing home from school any more, to get the pranzo on
the table quickly, before my father returns from school, too.  Four years already, but it can’t be, really, because I didn’t get the chance to say I understand you now, I care, I know, I admire you, I’m sorry.  So far away for so damn long, what happens is that you get used to not seeing someone (everyone!), and they slip your mind at times, shamefully so, because, well, because you’re doing stuff, living, fretting, breathing, thousands of miles away.  So it seems unreal, impossible, some days, that she’s actually flown away, up there, since she wasn’t always near me, already gone before she was.  Mea culpa, mea maxima culpa.  Vulnerable and lost I am, when the truth of my reality enters my unconscious then conscious, and the excruciating burden of those preventable regrets leaves me picturebreathlessly shattered.  But I cut through the thick fog of remorse, fiercely determined, because then what?  Can one recover from the grief of things not done, not said, not even thought, yeah, not even considered, because life pushes you inexorably to move on, move forward…The Ciambella romagnola, a rustic, hearty cake from her native Modena, that she used to make for us on Saturday night for Sunday breakfast, well, it’s one of them, the little events that bring her back, in my yellow American kitchen.  As I unmold this plain cake, subtly fragrant of lemon, sparkling with the sugar granella I picked up in Portici this past October, I feel her presence.  It’s Saturday here in New York, and this is Sunday breakfast for my daughters.  But enough, here’s her recipe. You don’t mind, mamma, that I give it out, vero?  Oh, I write too much, I know.