The First Time I Was Happy

It is not a memory, it’s more of a sensation.

My mother was there.  I was very small, ensconced in warmth.

Life was good, her love was tender and forever.

Nothing exceptional was happening, but she was talking to me, though the words have faded into the nebulous past, which I attempt to catch, grasp, own.  But no.

We grow up, and we believe we are the ones.  The ones that will understand everything, make all the good decisions, move forward, paving a path of glory.

Because we know better, right?

Wrong.

She was not happy.  I know that now.  But she endured and smiled, because she was a mother.

Her hair was blond, and she was beautiful.  She was young, but who knew?

Happiness is a moment.  Yes, my friends, just one little moment, and you erroneously  believe it will last forever.  There is no forever.  There are only instants, subtle pearls that land in you hand, and you need to clench your fist!  Hold them, squeeze them, bleed them, because this is all you’ve got.  Frame them.  Hang them in your brain.

You will need them when life beats you, and you confuse them with rocks.  But they are the pearls that could save your life.

I recall other moments of happiness.  Fleeting, dear God, so fleeting.  Did I catch those pearls? Yes.

Because of them, I live.

And still hope.

The first time I was happy was glorious.  I didn’t know it then, but it was the essence of my life. A snippet of time to be frozen.

To hang on to when darkness sweeps over all.  Because happiness is not your friend. It turns on you in the midst of your joy, it crushes all you built, and leaves you deflated and lost.

Sometimes, your memories are the lullaby you need to descend into the oblivion of the night.

May your dreams be merciful.

Cherish the pearls.  They are rare.

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Chissà se mi sente…

9 gennaio 2018

Succede all’improvviso.

Un quadro che mia madre amava, I Girasoli di Claude Monet

Così, mentre mi sto occupando di qualcosa di ordinario, o guardo distrattamente la TV.

Mi viene in mente mia madre. E quel velo di tristezza impetuosa, spesso trapunta da attimi di panico, mi avvolge nel gelo.

Iva Zanicchi. Si presenta in un varietà divertente. Anziana adesso, scende le scale con esitazione, avvolta in panni svolazzanti.

E canta Zingara.   Quella voce calda e potente, l’energia sorprendente, mi agguantano e mi trasportano nel passato lontano che poi non lo è, il ricordo vago, tremulo.

Mi madre che l’ascoltava con grande attenzione, le piaceva tanto la Zanicchi e soprattutto quel capolavoro emozionante di canzone, Zingara.

Era delle sue parti, la grande Zanicchi, emiliana verace.

Sognatrice, romantica di nascosto, spesso solare, la mia bellissima e pratica mamma cercava di tenersi a galla nel vortice delle emozioni che la travolgevano, ma che doveva sempre contenere. Quanti sogni aveva anche lei, immagino.   Ma chi lo capiva (o se ne importava pure) allora. Tutto girava intorno a me, no?

Una donna coscienziosa e misurata, certamente anche lei delusa e stanca, come ogni donna. Dedicata alla famiglia e al suo lavoro di docente, si era rassegnata alla vita che tutti si aspettavano, che lo volesse o no.

Invece immaginava la zingara, e quanto desiderava offrirle la mano un po’ tremante nella speranza proibita di un futuro forse più magico, uno che sfiorasse ciò che desiderava quando era giovane e anche lei innamorata dell’amore (che ti tradisce sempre, ma mica lo capisci da ragazzina).

Mi manca.  Più che mai.  Presa come sono dal ciclone della mia vita, rifletto poco sul passato e su ciò che ho abbandonato tanti, tantissimi anni fa. O meglio, lo evito, ecco, più precisamente lo ignoro, anche per tenere a bada sentimenti troppo grandi per me, che potrebbero sconvolgermi.

Ascolto la Zanicchi e guardo il ritratto di mia madre che ho sulla mensola del caminetto. Mi sorride, ma so che è triste.  Spero che mi veda da lassù, che mi ascolti, che mi comprenda, e,  soprattutto, che mi perdoni per aver creato questa  insostenibile distanza tra di noi.

Vorrei toccarle quel viso sempre liscio, i capelli biondi e sottili, stringermela al cuore con tenerezza come non ho mai fatto, e sapere che mi sente. Il peso è doloroso, e lo scaccio di continuo, distraendomi in ogni modo possibile. Mi spengo i sentimenti, m’irrigidisco, mi arrabbio pure con me stessa per non riuscire a perdonarmi, anche a distanza di decenni.

Tanto da raccontarle, da mostrarle. Adesso le telefono, mi illudo ogni tanto.

Ma non mi risponderà.