Modena Revisited

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Non mi aspettavo che fosse così bella.

Modena.

Certo che c’ero già stata varie volte, da quando ero piccolissima, siccome era la home town di mia madre, ma, insomma, non ricordavo molto, o non ci facevo caso, sempre presa da tanti altri stimoli e impegni vari.

Stavolta però ci sono stata più a lungo e ad occhi apertissimi.  Sono stati loro, naturalmente, a darmi la meravigliosa opportunità di immergermi totalmente in questa esperienza, i cugini.  Con la lora calda e sincera accoglienza, questi cugini di cui conoscevo ben poco, hanno permesso a me e a mia figlia di goderci una vera e propria vacanza, priva di stress e di drammi.  Ci siamo sentite subito a casa, già dal primo giorno, circondate da affetto, ospiti attese e volute, per cui  loro si sono fatti in quattro, organizzando numerose gite in posti stupendi.  Non succedono spesso queste cose, e gliene sarò eternamente grata.

Subito a mio agio nella loro bella casa in una zona residenziale, circondata da alberi e con una piacevole vista dei “tetti di Modena”, mi sono abbandonata a questa città e a tutto ciò che ha da offrire. E da offrire ha tanto.

Elegante, organizzata, pulitissima, mi inonda in una luce dorata, mentre cammino sui suoi viali, luce riflessa dai palazzi giallo uovo e arancione, tinte vibranti e gioiose, un abbraccio caldo e antico.  Tanta storia in questa grande piccola città, nella sua architettura, nei sorprendenti canali sotterranei, nella gloria romanica del magnifico Duomo e della sua Ghirlandina; Piazza Grande coperta da un tappeto di sassi resi lisci da secoli di passi umani, inclusi i miei, se pur appena un po’ esitanti, dati i tacchi di cui non faccio mai a meno.

 Ho riscoperto il Mercato Coperto, di cui avevo una vaga memoria.  Ero piccola, forse sei-sette anni, e mio zio mi portò lì, al mercato col tetto, cosa che non avevo mai visto; ricordo i fruttivendoli con le cassette tutte ordinate e il pane, tanto pane dalle forme insolite, bianco come il gesso, denso ma leggero; e quel meraviglioso prosciutto crudo, unico al mondo. ‘Vuoi un panino al prosciutto?’, mi chiedeva lo zio Walter, un signore alto che mi faceva un po’ soggezione, non lo vedevo spesso, abitando a Napoli.  Certo che sì! Un buon panino al prosciutto rimane ancora uno dei miei pasti preferiti.  Ero felice allora, vagando con mio zio per il mercatino, mentre mi gustavo il mio snack.  E lo sono stata di nuovo, quest’estate, anche se i miei interessi, oltre al prosciutto e al parmigiano, si sono allargati ad altre delizie, come il ‘savor’, che non conoscevo, ma che adesso è il mio ripieno preferito dei tortelli dolci.

 Quei cedri canditi, lucidi e spessi, a prezzi ragionevolissimi (sono abituata agli imports, vivendo in America), fiori, tanti fiori, e la gente che fa la spesa e conversa, ed io lì incantata ad ascoltare il loro accento modenese che mi ricorda mia madre, e mi vengono un po’ gli occhi lucidi.

Tanti bei negozi, poi! Voi che seguite i miei blog ben saprete che lo shopping è un’attività da me molto amata, e ce ne sono di belle cose in questi deliziosi negozi del centro, all’ombra dei magnifici portici.  E i bar con tanti dolci da farti venire il capogiro.  Le crostate di amarena modenesi sono decisamente le migliori al mondo.  E ‘il gnocco’, gonfio, morbido e friabile, caldo e squisito.  Mia madre lo chiamava la crescente e lo faceva spesso quando eravamo piccoli, ed era sempre una festa.  Dio, come si mangia bene a Modena! Tortellini fragranti, tortelloni enormi e panciuti e così magnificamente gialli, le tigelle col lardo, le piadine morbide, le tagliatelle col sugo bianco ai porcini freschi, e il Lambrusco!  Tanto Lambrusco, tutti i giorni a pranzo un bel bicchiere (o due) di questo meraviglioso vino frizzante.

Una città antica e moderna, decisamente chic, passeggiabile, invitante.  Infatti, se dovessi tornare ad abitare in Italia, sceglierei Modena.  Certo, dovrei imparare ad andare in bicicletta, dato che è il metodo di trasporto più diffuso!

Una città serena, adagiata sulla pianura, circondata da colline verdeggianti e fresche, con panorami mozzafiato.  Situata poi in una zona talmente centrale, che puoi tranquillamente farti delle gite in tanti posti idillici, tipo Firenze, Milano, Venezia, Verona, il Lago di Garda, le spiagge dell’Adriatico e altri, e tornare a casa sazia ed elettrizzata da tanta bellezza, che poi rivivi nelle centinaia di foto scattate con lo Smartphone.

Ho riscoperto le mie origini modenesi, che erano sempre state un pò nascoste dietro alla mia quotidianità meridionale. Ma sono forti queste radici materne, solide, e ne sono infinitamente fiera.

Grazie, Modena, per aver risvegliato in me sentimenti ed emozioni un po’ assopiti.  Sono ben sveglia adesso, e carica.  Non vedo l’ora di tornare.

Grande Modena, you are in my heart.

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Venezia ti può salvare

16 luglio 2019

Avevo solo quindici anni, ma l’impatto fu straordinario.

Venezia.

Una gita con la mia famiglia, partendo dal villaggio alle falde delle Dolomiti, in Trentino, dove eravamo in vacanza.  Non stavo più nella pelle, tanto ero emozionata.  Già allora avevo nel sangue il desiderio di girare il mondo, ereditato dai miei genitori, entrambi avidi viaggiatori.

Montare sul vaporetto, in pieno centro, invece di un autobus, fu un momento talmente eccitante, il ricordo è ancora vivissimo, anche il dettaglio che inciampai leggermente salendo.

Il rumore dell’acqua tagliata dalla barca, la brezza tiepida sul volto, che mi scombussola i capelli, mentre mi aggrappo all ringhiera.  Infatti sono tornata a Venezia, e i capelli li ho biondi adesso, non castani e lunghi come allora.  Certo che ti innamori di Venezia, a quindici anni, e anche dopo: ti abbandoni al sole e all’odore dell’aqua salata, al calore che ti brucia la pelle, ma ti riaccende l’anima.

Di solito, quando vado in Italia, resto nel Sud, nella mia zona natale, a ripercorrere – esitante, insicura – le strade della mia adolescenza, a fremere, a soffrire, senza trovar pace, piegata sotto il peso cronico dei rimorsi, ma soprattutto dei rimpianti; nonché, in alcuni casi, un po’ a disagio per l’accoglienza un tantino tesa.

Invece Venezia è un’estranea ammaliante e serena.  Le gocce d’acqua che mi colpiscono leggermente mentre il vaporetto corre diventano freccette di una nuova energia, quella che trovi soltanto nei luoghi privi del tuo passato.  Sono leggera, libera, viva, traboccante d’amore per tale bellezza, quasi impossibile da descrivere, una magia travolgente, misteriosa, dolce e impetuosa.

Piazza S. Marco mi colpisce in tal modo, che, per un attimo, rimango immobile, quando mi si apre davanti, bianca e imponente, la basilica con le sue curve bizantine, languide e maestose, ricamata squisitamente dai più grandi artisti che Dio creò.  Il cuore mi batte in modo allarmante, devo chiudere gli occhi e riprendere il fiato, mozzatomi di colpo da quello spettacolo da fiaba.  Abbasso il cellulare, basta scatti: devo viverlo questo momento, devo sentirmelo scorrere nelle vene, incastrarlo, immortalarlo nel cuore, forse nasconderlo finché sentirò il bisogno di sollievo.

Mara a 15 anni, con fratello e sorella, Venezia.

Le calli strette e affollate, i negozi sfolgoranti di gioielli di Murano, di maschere stravaganti, dietro cui ti puoi nascondere e fingere di essere felice.  E, per qualche istante, lo sei.  Le gondole galleggiano sui canali scintillanti, antiche, immortali.  Oh, quanto desideravo fare un giro sulla gondola, quindicenne romantica che ero, ma no, costa troppo, disse mio padre.  Ripeto le sue parole a me stessa, oggi signora di una certa età a Venezia, certo che costa troppo, accidenti, non ne vale la pena.  Lascia che i ricchi stranieri  ci girino, cosÌ daranno materiale ai gondolieri annoiati, da riderci su coi loro amici a fine turno.

Stordita dall’emozione e da una gioia così pura che forse è solo un sogno, alzo gli occhi al cielo più blu che abbia mai visto, mi incanto a guardare i piccioni (pochi adesso) docili e pazienti, piroetto – lieve, giovanissima – per catturare con tutta me stessa questa scena di assoluta felicità.

Grazie, Venezia , certo che mi hai salvato.

Venice Can Save You

It impacted me then, the first time I saw it.  I was fifteen, traveling with my parents and siblings.

Venice.

Of course you fall in love with Venice.  I did it again, this July, when the glistening, blue-green canals welcomed me back with the warm embrace of the Italian summer.

I travel south, usually, when I go to Italy, back to my birthplace haunts in Naples and vicinity, to immerse myself in a past that won’t give me peace, but that, some nights, lulls me to sleep.  But these nostalgic meanderings come with a price: the nerve-wrecking stress of interacting with my original family’s unpredictable moods, resentments, guilt trips, and, in some cases, tense hospitality.

Venice is a graceful stranger. I have no ties to its narrow calli, lapped by the gentle water of the lagoon, no heart-trending memories at every corner, every scent, every unfamiliar yet familiar face.  Venice comes with no strings nor chains, just immense beauty to abandon your senses to, caressed by a light-hearted breeze, instead of the tumultuous winds of an unfinished past.

Hanging on to the rail, on the deck of a vaporetto cruising at a comfortable speed on Venice’s ‘Main Street’, that is to say the majestic Canal Grande, I tremble with a simple joy, bursting from every pore of my skin, all my senses expanding to the max, eager to take it all in, to replenish the emptiness I often dwell with, when stagnant waters flood my soul.  But the waters of Venice cannot ever be stagnant.  They erupt with life ad continuum, as the entire world keeps returning to them, to love and poeticize.

Venice is a poem that mesmerizes you, softly rips away the burdens of your sad reality, and delivers the dream that you can carry away with you, when you leave its shores, and store in the secret place of all the lost happy moments.  It will always be there for you.

Alive with cheerful visitors, the artisanal shops offering little treasures, like exquisite Murano jewelry, colorful gems to color your world; those stunning, mysterious Carnevale masks to hide behind when you pretend to be happy and thus become so.  A mint granita at a no-pretenses gelateria, to tame the sizzling heat; a prosciutto sandwich sitting on a stone sidewalk, vibrating with the footsteps of Venetians from centuries ago.

Hail to Piazza S. Marco, where your Venetian dreams culminate.  I’m overwhelmed but the spectacular beauty and the noble history, grateful to own a place in a world where such miracles exist.  Beauty counts, people, do accept it.  Beauty will fill you and make you beautiful, even if you deny it.  Hail to beauty!

Mara at 15, with brother & sister, Venice

Oh, those gondole, how charming! How I begged my father to buy us a ride, those many years ago, when I was fifteen, in Venice, and dazed by it all.  “Costa troppo”, he responded, way too expensive.  And so it is today, when the steep price allows only the rich foreigners to indulge.  And, truly, I have no desire to ride on an attractive but precarious boat, while the bored gondoliere collects tourist stories to laugh at with his friends, after his shift.

Give me Venice, please, give me oblivion, scorching sun, exaggerated Byzantine architecture, shady alleys, dreams fulfilled, even if for only one day.

Grazie, Venezia, you did your job.

When the Streets Shout the Past

Sometimes it hits me when it’s absolutely not on my mind.

But a motorcycle buzzing by, the smell of hot cement, the impatient sound of a car horn assault my senses, shatter my long-accepted resignation, fire up my tamed emotions.

Give me the city, damn it.  I want to be drowned by the noise, the voices, the pounding of traffic, the intoxicating scent of exhaust.

Settled in the quiet tediousness of the suburbs, my Mediterranean blood flows fiery in my veins, demanding life.  The way it ought to be, pulsating, instigating, invigorating, the hell with the price.

There is a price for everything, my friends.  But the good pay the highest rate.  Incentives to being responsible: Few.  Think before you commit.

Keep your lavender bushes in the front lawn, let me have the allure of lively shops, busy people dreaming by the glittery displays, the sidewalks alive with impromptu music scenes, walking into a  cloud of cigarette smoke, inebriated by that glorious aroma, along the road, or in a small club, or backstage in the parochial theater.  Gliding to the sound of traffic, catching the fleeting glances of strangers, enticingly frightening, carrying a mystery you might not be able to resist.  Please don’t.

Give me the past, too, please.  The way I see it now, of course.

The past shouldn’t have the taste of regret.  It should taste of hope.

In Praise of the All-American Man

While I’m contently preparing traditional American fare for the glorious Memorial Day weekend – shaping the juicy hamburger patties, mixing up a perfect Macaroni Salad –  windows wide open,  since the summer has finally arrived in Westchester, I hear the faint buzz of an electric saw.  And my heart skips a beat.  As I peek out the kitchen window, I see men in t-shirts and jeans cutting grass, trimming hedges, building things in the front yards, firing up barbecues, tongs in one hand, a well-deserved beer in the other.

Hail to the All-American man, the good husband, the great, tireless provider, the weekend warrior, the thoughtful dad who lovingly follows his child’s first time on the two-wheeler, ready to catch him/her if faltering.  The man who gets up each morning, ready to face a new day, still tired sometimes, perhaps wishing for an easier life, or dreaming of retirement, but still ready to fight the world with one goal in mind: taking care of his family.

I am always perplexed and honestly surprised, when some women whine about their husbands because they…don’t make dinner, don’t do the vacuuming, they are not very ‘sensitive’.  Really?

Do we marry men or chefs? Do we want housekeepers, therapists,  best friends or real men?

I would much prefer to cook and bake daily, and, yes, clean my house and do all the laundry, ironing included (which I abhor, by the way), and also hold a job, of course, confident in the knowledge that a reliable man is taking care of the serious business: planning for the family’s future, protecting them, providing an atmosphere of comfort and safety.

God bless all of you, good old-fashioned American men, you strong and silent types!  We women don’t want you to be our girlfriends and confidants, but our rocks.

We love it when you drag out the power tools, down in the garage, building something amazing with your own hands. And yes, thank you for barbecuing! Now, that is manly cooking. Grateful not to have to deal with the smoke in my hair, and the bugs.

God bless the American man!  You are my hero!

When the Floors Had to Be Waxed: A Memoir

Rose graniglia floor

This was not a job that was done often, when I was growing up in Italy. It was extremely time consuming, required a good amount of elbow grease, plus the excruciating down time.

These days, most people in Italy prefer the trendier wood floors, especially sleek and elegant parquet, with tile usually installed only in the kitchen and bathrooms.  But back then, every apartment had floors made of graniglia, which is a kind of more affordable marble, sturdy and basic.  These tiles had all pretty much the same design, with some color variations, mostly in the yellow-orange, rose, and forest-green hue.  And those were the ones I grew up with in Portici.  I don’t remember too clearly the color patterns, but I believe the bedrooms were rose, while the long hallway was orangish. The living room and my father’s study were green. The dining room, the most formal space in the house, had instead a luxurious marble floor, with a nearly mirror finish.

In order to look attractive, all those floors were high-maintenance.  My long-suffering mother, who had a full-time job as a teacher, went food shopping on foot at the open-air market every single day, cooked and cleaned, and often assisted with our homework, tackled that major chore every couple of months.  Of course, the floors were all regularly washed weekly, but they lost that coveted sheen, and that was unacceptable.

Usually on a Sunday – since school is open six days a week in Italy – she would wake up in a fairly unpleasant mood, and begin her day of labor.  That meant, we had to get out of bed earlier then normal, and literally get out of the way.

Perfect graniglia floor

After seriously scrubbing all the floors, one room at the time, with a mop and a bucket, she allowed them to dry thoroughly, and we knew better than talk to her or even breathe then.  We were confined to a room where the floor had already dried, while my father had cleverly made plans to be gone for good part of the day (usually he went to his office in the school were he was the principal, to catch up on paper work in peace, while listening to Beethoven).

Then came the wax.  She would pour the liquid from a little bottle, then quickly spread it out with a special mop, and waited for it to set.

This is when the fun part began.

A smile of satisfaction would appear on her lips, we children released our breath, and got out our equipment: le pattine!

My unwaxed kitchen floor

The pattine were two thick pieces of soft cloth with a strap; you slipped your feet under the strap, and, voilà, you were on skates (pattini means skates in Italian)!   We each had our own set, and were rearing to go.  My mother would begin by going over the entire floor with a soft mop made for that purpose, then she would say Avanti, cominciate! And the race began.  Sliding and slipping playfully on the floors, we ‘roller-skated’ in circles, diagonally, and every which way, reaching every corner, sometimes slamming against walls and furniture, especially my very aggressive brother who was prone to turn everything into a serious competition.  The floors shined and glowed under our speedy feet, becoming a glorious rink, as our shadows turned into mirror images.

Oh, to fly freely through our spacious apartment, fearless and light, the fresh sea breeze from all the open balconies inflating our youthful sails.

The tedious chore had become a game, directing our infinite energy into a most practical job that didn’t feel like such.

The flawless glory of a highly polished floor.  My mother would be tired but satisfied and proud.  Only slippers in the house for that day.  My father would dutifully admire the result, and praise us for helping.

All was well with the universe.

Till the next time

The First Time I Was Happy

It is not a memory, it’s more of a sensation.

My mother was there.  I was very small, ensconced in warmth.

Life was good, her love was tender and forever.

Nothing exceptional was happening, but she was talking to me, though the words have faded into the nebulous past, which I attempt to catch, grasp, own.  But no.

We grow up, and we believe we are the ones.  The ones that will understand everything, make all the good decisions, move forward, paving a path of glory.

Because we know better, right?

Wrong.

She was not happy.  I know that now.  But she endured and smiled, because she was a mother.

Her hair was blond, and she was beautiful.  She was young, but who knew?

Happiness is a moment.  Yes, my friends, just one little moment, and you erroneously  believe it will last forever.  There is no forever.  There are only instants, subtle pearls that land in you hand, and you need to clench your fist!  Hold them, squeeze them, bleed them, because this is all you’ve got.  Frame them.  Hang them in your brain.

You will need them when life beats you, and you confuse them with rocks.  But they are the pearls that could save your life.

I recall other moments of happiness.  Fleeting, dear God, so fleeting.  Did I catch those pearls? Yes.

Because of them, I live.

And still hope.

The first time I was happy was glorious.  I didn’t know it then, but it was the essence of my life. A snippet of time to be frozen.

To hang on to when darkness sweeps over all.  Because happiness is not your friend. It turns on you in the midst of your joy, it crushes all you built, and leaves you deflated and lost.

Sometimes, your memories are the lullaby you need to descend into the oblivion of the night.

May your dreams be merciful.

Cherish the pearls.  They are rare.

Their Expectations

What matters.

Because you don’t count.

At some point, you are dismissed.  From having opinions.  Or wishes, desires.

They wish you settled in a certain ‘acceptable’ position, and expect you to be ‘just fine’.

You are to be content and satisfied, set aside any dreams you might still have.

Because, come on, life is too short to be happy.

Just stay where you are, they say without saying, don’t shake things up.  They want you reliable and visibly serene, completely enthralled by their needs and desires (because they still hold that privilege).

Your life of ‘quiet desperation’ is perfectly acceptable to them, just don’t mention it.

Hold your sighs till the silence of the night.

Your problems are inconsequential, just keep them in, please.  You wouldn’t want to disappoint their expectations.  They avert their gaze if they notice your restlessness.  Just settle down, accept you status quo.

You don’t exist as a human, you must become yielding clay, to be easily manipulated by their expectations.

You are trapped, cornered, blocked, censored, resentful, but dare not rebel.

It would shatter their expectations.  The only ones that are worthy.

Guilt consumes you, relentless. How dare you question your duties?

You learn to dwell in the gray zone.

Even when it darkens to charcoal, diving into deep black at times, but then retreating.

Your sheer will power fights the natural tumble into the feared, though secretly desired, oblivion.

You are not brave enough.

There is no escape from their expectations.

(Character Study)

La mia dinastia

 

26 gennaio 2019

Ho creato una dinastia americana e non me ne sono neanche accorta.

Una ragazzina diciottenne, che, fierissima, mostra il diploma dell’illustre liceo classico, in viaggio per New York.  Che regalo da sogno!  Chi se lo aspettava mai che i miei mi facessero un dono del genere? Complimenti per il diploma e quel gran bel voto, Mara, vai e goditi l’America per un mese!

Sono passati quarant’anni.

Sono diventata una New Yorker.

 

Da me, a lui, ai tre figli, poi ai loro coniugi, infine ai nuovi piccoli. Siamo in dieci adesso.  Il ciclo della vita continua e cambia continenti, lingue, culture.

Ho cominciato una dinastia americana, io, la figlia del direttore di Portici, timida, sempre un po’ impacciata, certamente insicura, persa nei sogni di grandi amori e terre lontane.

Conquistati entrambi.

Eccomi qui, figlia nativa di Napoli, ma il sangue che mi scorre nelle vene è modenese e molisano a metà. La prossima generazione è americana, grazie a me, cari antenati modenesi e molisani! Il vostro nobile sangue scorrerà nelle vene di bambini delle stars and stripes, che parleranno pure un’altra lingua, ma che si tengono ben strette le loro radici italiane. Bambini bellissimi, dagli occhi in varie tonalità di blu, dal chiarissimo, quasi grigio, all’azzurro scuro e intenso, a quello che a volte si confonde col verde.

Un pezzetto del vostro futuro apparterrà per sempre alla terra dell’Empire State Building, delle praterie senza fine, della costa ventosa della California.

 

Vi ho portato in America, miei cari! I Di Sandro continueranno la loro avventura oltremare e così anche i Nocetti, questi ultimi forse alle loro prime armi con i grandi States.

Il cuore duole a volte, l’anima piange, la nostalgia ti abbatte, la delusione per il comportamenteo di alcuni che si sono rivelati infidi ti fa intristire e anche infuriare.  Ma a quegli umanissimi sentimenti se ne aggiunge un altro che poi finisce con schiacciarli tutti: l’orgoglio, l’immenso orgoglio di ciò che sono riuscita a conseguire semplicemente vivendo la mia vita, senza programmi, ma armata solo di spontaneità e infinita speranza.

 

Ad maiora, mia grande dinastia, seguite i vostri sogni in questo grande Paese!

Fotografie dell’autore: dall’alto: Il fiume Hudson, Westchester County, NY, sulle cui sponde abito adesso; Empire State Building, NYC;  Portici (Granatello), dove sono cresciuta;  Modena (la Ghirlandina), la città di mia madre;  Colli al Volturno (le Mainarde), il paese di mio padre;  Napoli (la Clinica Mediterranea, Mergellina, dove sono nata).

 

Quando volevo la tata

20 gennaio 2019

Per me, dico.

Avevo sette o otto anni.

Adoravo i fim di Walt Disney, come tutti i bambini.  Erano magici, dolci e toccanti, un insieme di emozioni che afferravano il cuore anche ai più piccoli.  Certo che sognavo di andare a Disney World, nei lontani United States.  Ricordo di ricevere delle foto da alcuni dei famosi ‘parenti d’America’ che neanche conoscevo allora, e morivo di invidia nel vedere quei bambini sconosciuti felici nel Magic Kingdom, circondati da quel che mi sembrava un vero e proprio scenario da film.  Naturalmente non cosa facilmente realizzabile quando abitavi a Napoli e l’America era a migliaia di chilometri di distanza, e si parlava pure un’altra lingua.  Rassegnatissima già a sette anni.

Però c’era il cinema, e il cuore mi palpitava di gioia ogni volta che i miei ci portavano lì, cosa che non succedeva spesso, dato che il babbo non spendeva facilmente soldi che non fossero assolutamente necessari.  Un grande senso di frugalità, molto probabilmente dovuto alle difficoltà patite durante la guerra.

Quando disse, all’improvviso, una sera, “Andiamo al cinema, bambini!” rimasi quasi di stucco.  Ero emozionatissima mentre ci avviavamo, con tutta la famiglia, a piedi verso Via Roma.

E così conobbi Mary Poppins.  Credevo che il film fosse un cartone animato, come altri della Disney, e fui molto sorpresa nel vedere questa introduzione meravigliosa delle reali strade di Londra (una città che sin da piccolissima sognavo di visitare), in tutta la loro gloria.

Poi arrivò lei, Julie Andrews, splendida e dolce, una fata in discesa dal cielo, tenendosi a un ombrello nero, i piedi coperti da stivaletti eleganti, perfettamente volti nella prima posizione.

Fu amore a prima vista.

Dal momento in cui aprì bocca rimasi affascinata.  Severa ma tenera, mi faceva un po’di soggezione, ma quando cominciò a seminare magia nella camera dei bambini, a scivolare giù sulla ringhiera delle scale, a tirar fuori una lampada dal borsone e a conversare con gli uccelli, ecco, rimasi quasi completamente ipnotizzata.  E quella voce stupenda da usignuolo, quelle canzoni dolci e simpatiche, che imparai subito a memoria, inclusa la famosissima Supercalifragilistichespiralidoso, che non ho mai più dimenticato.  Le passeggiate sulle vie della mia città dei sogni, con quei fortunatissimi bambini Banks, Dio, quanto desideravo essere la piccola bionda Jane!  La gita al parco, dove s’incontrano col simpaticissimo Bert, poi si tengono tutti e quattro vicini e saltano di colpo dentro il quadretto appena dipinto da lui sul marciapiede! Eccoli in una scena surreale e coloratissima, vestiti da festa, lei in veli bianchi, esuberante e raffinata.

Che meraviglia il ballo degli spazzacamini sui tetti di Londra, e Mary tra di loro, ballerina abile e aggraziata!

“Mamma, ti prego, prendici una bambinaia! Inglese come Mary Poppins!” Imploravo mia madre, la voglia di vivere la magia del film una vera scossa nelle vene, il desiderio tale da farmi male allo stomaco.  “Tu hai tanto da fare, con la scuola, il mercato, la casa, così si occuperà lei di noi tre e non ti daremo più fastidio!”

Niente da fare.  Mi guardavano divertiti, i genitori, non avendo nessuna intenzione di procurarci una tata, anche se io insistevo che avremmo potuto mettere un altro lettino nella nostra stanza, dal momento che non abitavamo nella grande casa a tre piani dei Banks (e non avevamo neanche cuoca e cameriera fisse).

Comunque Mary Poppins è sempre stato il mio film preferito e continuerà ad esserlo.

Il mese scorso, la magia è tornata sui grandi schermi con Mary Poppins Returns, ed io, che di rado vado al cinema, ci sono corsa con le mie figliolette di tre e sette anni (okay, diciamo ventitré e ventisette), e mi sono immersa completamente nel sogno e la magia di questo film, innamorandomi di nuovo di questo straordinario personaggio, il ruolo rinato alla perfezione nella performance brillante della bravissima Emily Blunt, ben consapevole che il mio cuore abiterà per sempre al Viale dei Ciliegi, 17.