#LifeIsHard

When things that are fine or normal for others are only desperate wishes for you.

The brutality of life.

Stay strong, right?

 

Quando le cose che stanno bene o sono normali per gli altri sono solo desideri disperati per te.

La brutalità della vita.

Tieni duro, vero?

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C’è posta per voi

21 marzo 2018

Ci sto pensando con grande serietà. 

Ci sono quelli che amano diventare desaparecidos.

O, più probabilmente, se ne infischiano. Di me, di te, insomma di tutto ciò che non abbia a che fare con il loro pomposo ego.

Vorrei vedervi lì, dall’altro lato del monitor, tremolanti e ansiosi, in attesa del mio verdetto.

Bocciati, direi.   Nella pagella della vita.

Voi che avete voltato il capo, preferendo non sapere, non capire. Presi dai vostri mille impicci e casini (auto-creati, naturalmente), tagliate i legami casualmente, come se gli altri non fossero mai esistiti. E non parlo dell’inquilino del terzo piano o del salumiere.

Forse rosi da un’invidia che non vi ha mai dato pace, invidia infondata, ma che vi ha creato tanti film nella testa.

Esseri dalla vita personale catastrofica (ma che continuate a difendere come vostra scelta), state a stento a galla, ma vi ostinate a prendere a pugnalate il prossimo.

I desaparecidos devono finire dalla signora Maria, direi. Forse l’unico modo di scuoterli un po’, sconvolgerli, riportarli alle loro origini di esseri umani (stato da loro tristemente abbandonato).

Forse anche l’unico mezzo per sentirli o vederli,  se solo per curiosità.

Attenti, dunque, cari desaparecidos, che l’invito potrebbe essere in arrivo!

Ma sappiate che conduco io le danze, ossia l’eventuale apertura/chiusura della busta.

Fatevi belli, perché il postino è già in bici e sta per suonare il campanello.

C’è posta, c’è posta!

Chissà se mi sente…

9 gennaio 2018

Succede all’improvviso.

Un quadro che mia madre amava, I Girasoli di Claude Monet

Così, mentre mi sto occupando di qualcosa di ordinario, o guardo distrattamente la TV.

Mi viene in mente mia madre. E quel velo di tristezza impetuosa, spesso trapunta da attimi di panico, mi avvolge nel gelo.

Iva Zanicchi. Si presenta in un varietà divertente. Anziana adesso, scende le scale con esitazione, avvolta in panni svolazzanti.

E canta Zingara.   Quella voce calda e potente, l’energia sorprendente, mi agguantano e mi trasportano nel passato lontano che poi non lo è, il ricordo vago, tremulo.

Mi madre che l’ascoltava con grande attenzione, le piaceva tanto la Zanicchi e soprattutto quel capolavoro emozionante di canzone, Zingara.

Era delle sue parti, la grande Zanicchi, emiliana verace.

Sognatrice, romantica di nascosto, spesso solare, la mia bellissima e pratica mamma cercava di tenersi a galla nel vortice delle emozioni che la travolgevano, ma che doveva sempre contenere. Quanti sogni aveva anche lei, immagino.   Ma chi lo capiva (o se ne importava pure) allora. Tutto girava intorno a me, no?

Una donna coscienziosa e misurata, certamente anche lei delusa e stanca, come ogni donna. Dedicata alla famiglia e al suo lavoro di docente, si era rassegnata alla vita che tutti si aspettavano, che lo volesse o no.

Invece immaginava la zingara, e quanto desiderava offrirle la mano un po’ tremante nella speranza proibita di un futuro forse più magico, uno che sfiorasse ciò che desiderava quando era giovane e anche lei innamorata dell’amore (che ti tradisce sempre, ma mica lo capisci da ragazzina).

Mi manca.  Più che mai.  Presa come sono dal ciclone della mia vita, rifletto poco sul passato e su ciò che ho abbandonato tanti, tantissimi anni fa. O meglio, lo evito, ecco, più precisamente lo ignoro, anche per tenere a bada sentimenti troppo grandi per me, che potrebbero sconvolgermi.

Ascolto la Zanicchi e guardo il ritratto di mia madre che ho sulla mensola del caminetto. Mi sorride, ma so che è triste.  Spero che mi veda da lassù, che mi ascolti, che mi comprenda, e,  soprattutto, che mi perdoni per aver creato questa  insostenibile distanza tra di noi.

Vorrei toccarle quel viso sempre liscio, i capelli biondi e sottili, stringermela al cuore con tenerezza come non ho mai fatto, e sapere che mi sente. Il peso è doloroso, e lo scaccio di continuo, distraendomi in ogni modo possibile. Mi spengo i sentimenti, m’irrigidisco, mi arrabbio pure con me stessa per non riuscire a perdonarmi, anche a distanza di decenni.

Tanto da raccontarle, da mostrarle. Adesso le telefono, mi illudo ogni tanto.

Ma non mi risponderà.

Another year, Another Chance

 

Rockefeller Center, NYC. The famous Tree.

To try not to screw up.

The most famous Christmas Tree in the world. NYC.

Yeah, good luck with that to all of us.  But God bless our good intentions.

New York is enchanting during the Christmas holiday period.

Grateful, thrilled to live in this wonderful place. Yes, I hate the snow, but I love the lights.  I hate the cold, but I love America.

Happy New Year, wonderful people!

Cerchiamo di non rovinare un altro anno, okay? Lo so, molto difficile, ma ci proviamo, Dio lo sa che ci proviamo…

Un po’ di neve. Romantica? Non direi. Abbastanza per rompere.

Odio il freddo e la neve, ma adoro New York.  Mi manca l’Italia, ma amo l’America.

Mi mancate voi, miei cari (sapete chi siete).

Certo che si deve spalare. Molto pratica io.

Buon anno a tutti voi, che vi regali amore, passione,  gioia,  salute e tutto quello che conta davvero.

Lei e il fiume

25 novembre 2017

(Studio analitico del personaggio)

Il fiume è così immenso che sembra il mare.

Lei quasi si dimentica dov’è.

Un altro continente, una vita diversa, addirittura un altro secolo. Davvero surreale.

Lei tocca l’acqua, con mano tremante.   Freddissima, anche sotto il sole brillante di fine autunno.

Questa è la realtà.   Ma sa che il fiume l’ascolta.

Abbandona i suoi travagli, lei, sulle onde leggermente spumeggianti. Lui le accetta, le assorbe. Ma non le dà consiglio. O forse sì.

Deve chiudere gli occhi, lei, per sentire, deve donarsi, pura e vulnerabile, alle forze dell’universo, sforzarsi a rimanere coerente. Anche quando della coerenza non sa che farsene. Infinito il dolore della coerenza.

Perditi, si dice.   L’acqua è fredda ma potrà anestetizzarti.

Dimenticare tutto, ecco.

Una vita al servizio di chi e cosa ha più importanza di lei.

Sola tra la folla esigente.

Sopporta, si dice.  Sorridi e sopporta.  Tu non vali quanto loro.

Una vita dedicata al dovere. Offerta con amore e sacrificio che poi non era tale.

La donna (la madre) ha il dono della sparizione. Così, a un certo punto, all’improvviso ma non proprio, lei scompare, cessa di esistere.   Rinuncia ai sentimenti, ai desideri, alle passioni, diventa acqua il cui solo compito è dissetare gli altri.

La lacerano, la calpestano, esigono. Tutto in nome del dovere.

E lei si dà, come ha sempre fatto, rinuncia a sè stessa perché lei non vale. Quanto loro.

Le acque antiche del grande fiume scorrono. Lei segue il loro corso. Le desidera.

Pace liquida. Dolce abbandono.

Il fiume è un amico.

Thanksgiving e tutto il resto

12 novembre 2017

Crostata di zucca (Pumpkin Pie)

Dunque, in America, la festa di Thanksgiving  segna l’inizio non ufficiale delle feste natalize.

Da lì è una corsa a precipizio verso il giorno di Natale.

Dai preparativi culinari – centinaia di biscotti da regalare ad amici, parenti e vicini – allo shopping esorbitante che poi fa finire tanti anche in debito pauroso con le credit cards (ok, un mea culpa ci vuole, devo ammettere che ci sono cascata anch’io qualche volta), allo stress quasi insostenibile di aver tutto pronto in tempo, pur continuando a lavorare full-time e ad occuparsi delle solite faccende quotidiane.

Crostata di mele (Apple Pie)

Infatti io non sono una grande fan delle feste, perché, al contrario di altri membri della famiglia, tutto ciò tocca a me. Alle madri, insomma, come al solito.

Poi mettere su l’albero, un’altra gran seccatura, che sta poi lì a ingombrarmi il living room per circa un mese e mezzo (sì, il nostro alberello va su nel weekend di Thanksgiving, e lo stesso per un piccolo presepio), i biglietti di auguri da scrivere e impostare (anche a persone di cui non ci importa un fico, ma si deve essere educati), la forzata allegria e quell’accidente di tempo di solito poco bello (nel mio caso, anche le novene affinché non nevichi, altrimenti non posso indossare le mie splendide décolléte a stiletto e i vari stivali, stivaletti e cuissard di camoscio).

Insomma, un casino di lavoro che ti spinge verso l’esaurimento nervoso.

Prepariamo la Pumpkin Pie!

Ma i dolci, quelli li faccio volentieri. O, per dir meglio, li ammiro volentieri, dopo averli fatti, e tutta la cucina sia stata riordinata.

Dicevo, si comincia da Thanksgiving. Quest’anno andrò a pranzo da parenti, per cui mi tocca solo fare il primo (la pasta alla zucca), la cranberry sauce piccante come contorno per il tacchino farcito e i dolci. Naturalmente non mancherà la tradizionalissima Pumpkin Pie di cui nessuno potrebbe mai fare a meno (sarebbe come Natale senza gli struffoli per i napoletani), una grande crostata rettangolare di pecans e l’americanissima Apple Pie.

Teniamoci forte, allora, pronti a tuffarci nel turbine delle feste.

Cliccate sui link per alcune delle mie ricette di questa grande all-American festa.

Happy Thanksgiving!