Lei e il fiume

25 novembre 2017

(Studio analitico del personaggio)

Il fiume è così immenso che sembra il mare.

Lei quasi si dimentica dov’è.

Un altro continente, una vita diversa, addirittura un altro secolo. Davvero surreale.

Lei tocca l’acqua, con mano tremante.   Freddissima, anche sotto il sole brillante di fine autunno.

Questa è la realtà.   Ma sa che il fiume l’ascolta.

Abbandona i suoi travagli, lei, sulle onde leggermente spumeggianti. Lui le accetta, le assorbe. Ma non le dà consiglio. O forse sì.

Deve chiudere gli occhi, lei, per sentire, deve donarsi, pura e vulnerabile, alle forze dell’universo, sforzarsi a rimanere coerente. Anche quando della coerenza non sa che farsene. Infinito il dolore della coerenza.

Perditi, si dice.   L’acqua è fredda ma potrà anestetizzarti.

Dimenticare tutto, ecco.

Una vita al servizio di chi e cosa ha più importanza di lei.

Sola tra la folla esigente.

Sopporta, si dice.  Sorridi e sopporta.  Tu non vali quanto loro.

Una vita dedicata al dovere. Offerta con amore e sacrificio che poi non era tale.

La donna (la madre) ha il dono della sparizione. Così, a un certo punto, all’improvviso ma non proprio, lei scompare, cessa di esistere.   Rinuncia ai sentimenti, ai desideri, alle passioni, diventa acqua il cui solo compito è dissetare gli altri.

La lacerano, la calpestano, esigono. Tutto in nome del dovere.

E lei si dà, come ha sempre fatto, rinuncia a sè stessa perché lei non vale. Quanto loro.

Le acque antiche del grande fiume scorrono. Lei segue il loro corso. Le desidera.

Pace liquida. Dolce abbandono.

Il fiume è un amico.

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Thanksgiving e tutto il resto

12 novembre 2017

Crostata di zucca (Pumpkin Pie)

Dunque, in America, la festa di Thanksgiving  segna l’inizio non ufficiale delle feste natalize.

Da lì è una corsa a precipizio verso il giorno di Natale.

Dai preparativi culinari – centinaia di biscotti da regalare ad amici, parenti e vicini – allo shopping esorbitante che poi fa finire tanti anche in debito pauroso con le credit cards (ok, un mea culpa ci vuole, devo ammettere che ci sono cascata anch’io qualche volta), allo stress quasi insostenibile di aver tutto pronto in tempo, pur continuando a lavorare full-time e ad occuparsi delle solite faccende quotidiane.

Crostata di mele (Apple Pie)

Infatti io non sono una grande fan delle feste, perché, al contrario di altri membri della famiglia, tutto ciò tocca a me. Alle madri, insomma, come al solito.

Poi mettere su l’albero, un’altra gran seccatura, che sta poi lì a ingombrarmi il living room per circa un mese e mezzo (sì, il nostro alberello va su nel weekend di Thanksgiving, e lo stesso per un piccolo presepio), i biglietti di auguri da scrivere e impostare (anche a persone di cui non ci importa un fico, ma si deve essere educati), la forzata allegria e quell’accidente di tempo di solito poco bello (nel mio caso, anche le novene affinché non nevichi, altrimenti non posso indossare le mie splendide décolléte a stiletto e i vari stivali, stivaletti e cuissard di camoscio).

Insomma, un casino di lavoro che ti spinge verso l’esaurimento nervoso.

Prepariamo la Pumpkin Pie!

Ma i dolci, quelli li faccio volentieri. O, per dir meglio, li ammiro volentieri, dopo averli fatti, e tutta la cucina sia stata riordinata.

Dicevo, si comincia da Thanksgiving. Quest’anno andrò a pranzo da parenti, per cui mi tocca solo fare il primo (la pasta alla zucca), la cranberry sauce piccante come contorno per il tacchino farcito e i dolci. Naturalmente non mancherà la tradizionalissima Pumpkin Pie di cui nessuno potrebbe mai fare a meno (sarebbe come Natale senza gli struffoli per i napoletani), una grande crostata rettangolare di pecans e l’americanissima Apple Pie.

Teniamoci forte, allora, pronti a tuffarci nel turbine delle feste.

Cliccate sui link per alcune delle mie ricette di questa grande all-American festa.

Happy Thanksgiving!

 

Dolce inganno

9 ottobre 2017

Torta misteriosa.

Nera come il peccato

Tenera, intensa,  cioccolato puro.

Ma non lo è.

Nel cuore morbido nasconde il suo segreto. Un ingrediente strano e insolito ha penetrato tutte le fibre del dolce, si è amalgamato, fluido, nella pastella e ne è istantaneamente diventato parte integrale. La sua tinta  brillante, anche arrogante, è sbiadita fino al completo annientamento.

Trucco riuscito.

E così tanti i trucchi, i raggiri, gli intrighi che ci abbindolano tutti i giorni della nostra vita.   Con gli altrettanti falsi, i manipolatori, i ladri meschini che ti derubano dell’innocenza e della fede nell’umanità.

Coloro che si occultano dietro l’imponente coltre della religione per raggirare con destrezza i poveretti che non guardano oltre le coroncine del rosario in continua attività.

Au contraire, poi ci sono quelli che si vantano della loro vita spregiudicata, te la sbattono in faccia, beffardi, che spesso e volentieri ignorano le loro responsabilità, ma si fingono persone dalle idee moderne che non è altro che un patetico eufemismo per il menefreghismo più assoluto. Che facciano quel che gli pare, tutti gli altri, chiunque siano, purché li lascino liberi di dedicarsi ai loro self-indulgent comodi, che poi forzeranno tutti ad accettare come normalità.

Ma normalità non è, e mai lo sarà.

Esiste il bene, esiste il male. E la linea di separazione è chiara come il cielo di giugno.

I falsi felici, sempre sorridenti (a denti stretti ma bianchissimi) che prodigano di complimenti quelli con cui si sono incastrati, ma, ahimé, purtroppo ridotti ad esseri rimpiccioliti, tristi, abbattuti, uomini infinitamente soli, uomini che bruciano di passione crudelmente imprigionata. Quello il loro ingrediente segreto, mascherato magistralmente dal manto di falsa allegria.

Per fortuna che ci sono i dolci: i loro segreti sono molto meno traumatizzanti.

Ottima questa adorabile torta. Nella ricetta sarà svelato l’ingrediente misterioso. (In inglese, sorry).

Come eravamo

3 settembre 2017

Piccoli, eravamo.   Innocenti, sereni.

Il mondo era una continua avventura, le stelle erano brillanti e tutti ci volevano bene.

Dolce infanzia.   Accidenti alla crudeltà della vita che non ci rende consci quando dovremmo esserlo.

Per capire. Per assorbire la felicità quando davvero esiste.   Prima che ce la strappino.

Vago per le mie strade americane con le Skechers, la mia furia, la mia risolutezza, nutrite dal dolore e dall’orgoglio; veloce, stanca ma in forma, giovanissima alla mia non giovane età.

Ricordi.

Ogni azione, ogni evento, diventa una memoria straziante e meravigliosa.

Un anziano signore cammina lentamente davanti a me, tranquillo, cappello in testa.

Mi infastidisco io, via, si muova, non ho tempo da perdere, ho fretta, voglio solo fare un po’ di moto…

E vedo mio nonno.   L’unico avo che ho conosciuto.   Il papà della mamma, nonno Romolo.

Veniva a trovarci due volte all’anno. Il viaggio in treno da Modena a Napoli. Mio padre lo andava a prendere alla stazione con la Simca. Noi bambini lo aspettavamo, emozionati, a casa a Portici.   Ci portava sempre dei bei regali, soparattutto i libri di fiabe con quelle bellissime illustrazioni.

Diceva sempre “Vè”, che ci faceva ridere.  C’era una complicità tenera tra lui e mia madre, che noi, piccoli e chiassosi, non capivamo.  Si parlavano in dialetto modenese, a volte, una lingua segreta e misteriosa di cui non capivamo un fico.  Quando mio padre si ritirava per il pisolino pomeridiano (o era fuori), li scoprivo in cucina, dopo pranzo, il pavimento ancora umido dopo il lavaggio giornaliero, seduti a fumare una preziosa sigaretta insieme (cosa altamente disapprovata da mio padre), sorridenti e rilassati. Ero confusa, ma li ammiravo. Non sapevo che mia madre fumasse. Almeno due volte all’anno. La guardavo sbalordita. Una parte di lei che non conoscevo, non capivo.  Ma affascinante.

Un anziano, distinto gentleman, nonno Romolo sfoggiava sempre un abito grigio, camicia bianca e anche la cravatta, il cappello di feltro, le dita intrecciate dietro la schiena, un passo lento ma agile, curioso e tranquillo in quel Sud che non conosceva ma che lo aveva accolto con calore e simpatia. Si fermava all’edicola sotto casa tutti i  giorni, e la giornalaia lo salutava con un sorriso, gli porgeva Il Mattino e gli augurava una bella giornata.   I marciapiedi irregolari, le buche, le macchine parcheggiate a caso che bloccavano il passaggio, i semafori a cui nessuno prestava attenzione, niente gli dava fastidio, lui intraprendeva la sua passeggiata quotidiana con l’animo leggero, solo, oppure con noi tre nipotini che rompevano un po’, certo, ma ci sentivamo sereni con lui, consapevoli dell’abbondanza di caramelle alla menta che portava in tasca. Via, verso il parco reale, ci avviavamo, alla pista di pattinaggio nel verde, sempre affollata allora, piena di vita. Ci attaccavamo i pattini alle scarpe con le cinghiette, e su a correre intrepidi (io non tanto però, timorosa, restavo di solito a dieci centimetri dalla ringhiera), mentre lui ci teneva d’occhio seduto sulla panchina, Settimana Enigmistica e matita in mano.

Il lago coi cigni e le anatre, noi a lanciarci la mollica che c’eravamo portati, lui che diceva, Bambini, è ora di pranzo, su, che c’è la mamma che ci aspetta.

Compravamo il pane al forno del mercato, filoni lunghi, sottili, caldi e fragranti, e ne mangiavamo la metà per strada, mentre lui borbottava.

Allora, rallento un po’ il passo, e lo guardo, quel signore anziano davanti a me, nel mio suburb americano, sembra anche lui sereno, fuori a godersi questa bella giornata, pensionato rilassato che non ha più bisogno di precipitarsi dappertutto.

Come eravamo ingenui, speranzosi, positivi.

Grazie, nonno Romolo, per quei giorni eternamente magici.

My Happy Place (sempre)

27 agosto 2017

No, non mi nascondo in cucina. Mi presento sul palcoscenico.

Sono io il regista e l’attrice.

Chiudo il sipario sul mondo maledetto, tiro fuori la mia batteria. Stampi, stampi, il mixer, il burro, la vaniglia, le uova, la farina e tanto zucchero.

Il cuore è bloccato, ma il forno è caldo. La rabbia ti sfregia, ma la teglia dorata scintilla. Socchiudi gli occhi, tesa ma forte, risoluta a non farti schiacciare dal peso dei doveri, degli eventi, dalla tirannia delle emozioni.

Il cioccolato è fuso, il burro dolcemente malleabile, lo zucchero di canna ti si scioglie fra le dita.

Addio a te e a te e a te.   Sfigati tutti.

I dolci non tradiscono, le torte s’innalzano, vette leggere e stimolanti. Il profumo è aromatico, vibrante. Il piatto da portata giallo attende, liscio e lucido.

Non mi arrendo facilmente io.

Faccio un dolce, ergo sopravvivo.

(E scrivo, of course).

Eccovi la ricetta di questa fantastica e americanissima Torta bianca e nera (in English – fatevene una ragione).

Celebrating in Armonk!

Grazie to all my wonderful students for celebrating with me the last Summer Class of Italian Language and Culture at the North Castle Public Library.

Lots of delicious homemade food, stories to share, and laughter: another successful year!

I will fiercely miss you, carissimi studenti, for the next two weeks.

But we will start all over again on September 5th!  New students are welcome, as our beginners course also resumes.

Ci vediamo a settembre.

Buon agosto a tutti!

(I contributed the Blueberry-Yogurt Bundt Cake, recipe here)

I guerrieri dell’estate

9 agosto 2017

Mi piacciono. Mi scaldano il cuore, m’invogliano a vivere.

Sono loro, i signori che tornano dal lavoro, o durante i lunghi weekend, e si immergono immediatamente nei vari progetti estivi. Imbiancano le pareti, costruiscono dei tavoli, degli scaffali, si cimentano pure ad affrontare un’aggiunta edilizia alla casa o sistemano il tetto.

Sono lassù, loro, aggrappati a scale, in bilico sulle tegole, seduti sui davanzali, oppure alla guida di piccoli trattori taglia-erba.

Gli uomini americani.   Hanno nel sangue la tradizione dei cowboys, uomini d’azione, forti, un tantino temerari. Non c’e niente che non possano eseguire. Si mettono a lavoro e basta.

Semberà strano, ma il frastuono delle seghe elettriche (e di altri attrezzi di cui non capisco un cavolo) di pomeriggio, o anche di mattina, non mi dà affatto fastidio. Sono loro, gli uomini che agiscono, costruiscono, riparano, inventano.

Bottigliette d’acqua dappertutto (e, certo, anche qualche birra) procurate da mogli felici (“non vedevo l’ora che cambiasse la porta di casa!”), bandana in testa per raccogliere l’onesto sudore, jeans sbiaditi, ai piedi i Timberland ben usati, cintura porta-attrezzi alla vita.

Ecco il ‘guerriero’ dell’estate americano. Che gioia!

E anche quelli che forse non abbattono i muri di casa per ingrandire la cucina e creare l’ open concept, ma si limitano a pitturare una porta o ad attaccare mattonelle nella doccia, li trovi poi in giardino, alla fine della giornata, muniti di attrezzi barbecue, con un bel piatto di costolette di maiale, hamburgers o dei bei polli (marinati amorevolmente dalle signore), che adagieranno sulle braci con arte, e l’aroma divino invaderà tutto il quartiere.

Vi ammiro e vi stimo, o guerrieri d’estate, sono fiera di voi, ho bisogno di voi, e, a nome di tutte le donne, you are amazing!

Senza maschera

3 luglio 2017

La vita ti straccia.

Ti dà qualcosa, poi te la strappa, con rabbia e gioia.

Sopraffatta.   Travolta.  Ci provi, tu, a stare calma, in controllo, sorridente, falsamente serena.

Ma vuoi solo montare in macchina e fuggire. Le grandi parkways americane, liscie e alberate, sirene allettanti, ti accolgono coi sogni of the road. Vai, corri, arriverai all’ingresso del paradiso e potrai smettere di pensare.   Di fregartene.

Vorrei fregarmene.   Di te e di te e di te e di te.

Muoio dalla voglia di diventare altamente egoista. Come alcuni che ben conosco. Esseri talmente meschini che gli potrebbe crepare un parente vicinissimo e penserebbero solo a cosa indossare al funerale.

Almeno loro soffrono ben poco. Esseri superficiali ma spensierati. ‘Spensierato’ è un aggettivo estremamente desiderabile.

In tal caso, potrei fare il comodo mio, con la coscienza (falsamente) pulita.

Ma non sono il tipo.   Io mi aggrappo al dolore, mi ci vesto, mi lascio soffocare, ma poi lo mordo. I care.

Dimenticare il passato perché non serve a un cavolo. Poi hai solo voglia di piangere, gli anni sono volati, i figli crescono e sono degli esseri magnifici, e tu li guardi con stupore e ammirazione e ne sei fiera.   Ma non sono più i piccolini morbidi e innocenti di allora.   Ti emozioni, e ti odi per questo, perché emozionarsi non fa mai bene a nessuno.   Rigida e in controllo, ecco.   Così si può andare avanti.

Percorri i viali a specchio di un centro commerciale di lusso, in cerca di un evening dress, lunghissimo e splendido, perché tua figlia si sposa e devi irradiare felicità.  E lo sei, felice e orgogliosa.   L’hai cresciuta bene, ‘sta bambina, è diventata una donna con la testa a posto, dolce, premurosa, responsabile (e bella come il sole).

Ma guardi la fontana coi cavalli di bronzo, dove le due piccole (non poi tanto tempo fa) ci gettavano le monetine, e non è cambiata affatto. Ma tu sei lì,  sola stavolta. Frughi nella borsetta, trovi dei pennies e li butti nell’acqua scintillante, e si adagiano tra tutte le tante monetine, in attesa. Di che?

Una statua, una madre con la bambina in braccio. Guarda, amore, dicevi ai tuoi angioletti, che bella, no? Queste siamo io e te, vero?   Ridevano loro, coi codini, le guancine rosa e gli occhi azzurri sfavillanti. E tu volevi stringerle per sempre, inebriarti del loro profumo di sapone neutro e di infanzia, dei loro sogni teneri e semplici.

La vita ti sfida, ti prende a calci, tu cerchi di pararli, ma infine ti abbandoni alla violenza che non è altro che la realtà.

La nostra valle di lacrime.

Poi vai sui social e ti sorbisci le cavolate che i falsi felici postano. Ecco la mia vita perfetta, dicono, tutti denti nel ritratto di famiglia, cane incluso, moglie/marito fantastico ! (che poi in realtà è un casino di liti e di corna).  Eccomi qui in vacanza a San Francisco, a Londra, sulle candide spiagge dei mari del Sud, nella villetta sul lago, guardate come sono giulivo/ricco/ amato.

Miei cari, sappiamo benissimo che non siete né giulivi né ricchi né amati, ma degli sfigati come tutti.  Siete soli, abbattuti, e tutti i vostri sogni sono stati frantumati e li calpestate continuamente, perché la vita è anche perenne tortura.

Allora ti concentri sugli oggetti che non ti tradiscono. Che bella la collezione di bicchieri da cocktail, li immagini ripieni di bevande colorate (e ferocemente alcoliche) e ti riprendi un po’.  Fai una torta che è una meraviglia, tenera, delicata, si scioglie in bocca e posti la foto su Facebook.  E tutti esigono la ricetta.  Un pizzico di gioia e di orgoglio.

Poi  passa.

Guardi il fiume, calmo, sornione. Sussurra il tuo nome, e lo fa dolcemente.

Noi che ballavamo i lenti…

8 maggio 2017

…abbiamo intensamente vissuto l’ebbrezza e le vertigini dell’amore.

Noi che avevamo il muretto, il tennis club (o dietro le quinte del teatro parrocchiale), invece dei social, e potevamo sfiorare amici e innamorati, sorridere alla luce dei loro occhi che c’incendiava l’anima.

Le feste in casa, le luci attenuate, la musica che ci accarezzava, ma sempre attenti alla porta per qualche genitore sospettoso.

I lenti, amici, i lenti. Che non esistono più.

Vogliono sfrenarsi col rap e l’hip hop, ‘sti ragazzi, imitando scimmie e robot, concentrati su passi e saltelli, distanti l’un dall’altra, chiasso stonato, sessualità cruda e sfacciata, ma vuota, insipida.

Certo che avevamo i nostri balli veloci e divertenti, noi, ma si alternavano a quelli per cui si andava alle feste o ai circoletti.

Non vedevamo l’ora, noi ragazze innamorate (anche se solo dell’amore), che il disc-jockey du jour mettesse su una ballata dolce, strascicata, innocentemente passionale, e i ragazzi ci guardavano in un modo diverso, timido ma intenso, e sentivamo il calore tenero delle loro mani un po’ tremanti sulla vita. Le scintille si confondevano con le parole e con le voci intime di artisti che neanche immaginavano quante storie stavano creando.

Uno spazio piccolo e affollato, ma noi due eravamo gli unici. Il nostro universo era solo la musica, la penombra artificiale e la pelle che sussultava tra gioia e abbandono. E non capivamo neanche che stava succedendo, tanto ingenui eravamo.

Sbocciavano così, quasi per caso, le storie, i sogni, le speranze del forever che sembrava tanto possibile, allora, ma che, naturalmente, forever non era.   Perché così è la vita.

I lenti.

Quando le canzoni finivano troppo presto, e noi non volevamo lasciarlo andare. Le frasi sussurrate all’orecchio, annuivi anche se non sentivi, ma contava solo il suo fiato sulla fronte e i corpi sciolti e fluidi sulla pista, passi semplici, quasi inesistenti.

Quel benedetto batticuore.

Come si balla un lento, ti chiedono, dove lo impari?

Si sente, il lento, ti trasportano la musica, il desiderio riservato e la forma più pura della felicità.

Bello questo brano di Concato. Calmo, delicato.

E non capisci perché piangi.

Balliamo un lento?

Quando non ti lasciano il caffè

30 aprile 2017

Non ti vogliono.

Non sei gradita. Sei un peso.

Insomma, ci ho messo un tantino (tantone, tipo anni) a rendermene conto, ma almeno infine si è accesa la lampadina. Meglio tardi che mai, come dicono.

Cascata dal cielo, of course.

Insomma, forse sono (anzi, siamo, perché in fondo è un sentimento universale il mio) troppo ingenua e fiduciosa, nonostante la mia non tenera età, ma, ecco, ho sempre creduto che se sei ospite a casa di qualcuno, beh, gradiscono la tua presenza.

Io gradisco, e tanto,  il piacere di avere ospiti, mi faccio in quattro e anche i vari multipli, per farli sentire a loro agio.   Sarete felici qui da me, miei cari.

Vi voglio

Ma mi sbagliavo, I guess, quando immaginavo che tutti condividessero il mio entusiasmo.

Trovare la moka fredda e appena macchiata da qualche goccia di caffè, al risveglio, doveva essere un indizio super-chiaro, ma no, io lì, a non farci caso. C’erano poi tanti bar fantastici in zona, dove potevo gustare anche un cornetto bello caldo col mio caffè mattutino…

Ma eccomi qui, a guardare in faccia la mia tarda rivelazione, e a sentirmi stupita (e anche stupida).

Non capivo. Avrei tolto il disturbo molto prima. Non sarei più tornata. Scusatemi.

C’è una canzone country, “Crash My Party” di Luke Bryan che mi scalda l’anima.   Dice pressappoco ‘ste cose, “Vieni quando vuoi, non c’e bisogno di avvisarmi, arriva e basta. Sure, crash my party. Ne sarò felice’, eccetera eccetera.

Mi piacerebbe to crash a party, così, anche all’improvviso, e trovare ad accogliermi un viso sinceramente sorridente.

Ma la realtà non funziona così. Che tristezza.