La mia dinastia

 

26 gennaio 2019

Ho creato una dinastia americana e non me ne sono neanche accorta.

Una ragazzina diciottenne, che, fierissima, mostra il diploma dell’illustre liceo classico, in viaggio per New York.  Che regalo da sogno!  Chi se lo aspettava mai che i miei mi facessero un dono del genere? Complimenti per il diploma e quel gran bel voto, Mara, vai e goditi l’America per un mese!

Sono passati quarant’anni.

Sono diventata una New Yorker.

 

Da me, a lui, ai tre figli, poi ai loro coniugi, infine ai nuovi piccoli. Siamo in dieci adesso.  Il ciclo della vita continua e cambia continenti, lingue, culture.

Ho cominciato una dinastia americana, io, la figlia del direttore di Portici, timida, sempre un po’ impacciata, certamente insicura, persa nei sogni di grandi amori e terre lontane.

Conquistati entrambi.

Eccomi qui, figlia nativa di Napoli, ma il sangue che mi scorre nelle vene è modenese e molisano a metà. La prossima generazione è americana, grazie a me, cari antenati modenesi e molisani! Il vostro nobile sangue scorrerà nelle vene di bambini delle stars and stripes, che parleranno pure un’altra lingua, ma che si tengono ben strette le loro radici italiane. Bambini bellissimi, dagli occhi in varie tonalità di blu, dal chiarissimo, quasi grigio, all’azzurro scuro e intenso, a quello che a volte si confonde col verde.

Un pezzetto del vostro futuro apparterrà per sempre alla terra dell’Empire State Building, delle praterie senza fine, della costa ventosa della California.

 

Vi ho portato in America, miei cari! I Di Sandro continueranno la loro avventura oltremare e così anche i Nocetti, questi ultimi forse alle loro prime armi con i grandi States.

Il cuore duole a volte, l’anima piange, la nostalgia ti abbatte, la delusione per il comportamenteo di alcuni che si sono rivelati infidi ti fa intristire e anche infuriare.  Ma a quegli umanissimi sentimenti se ne aggiunge un altro che poi finisce con schiacciarli tutti: l’orgoglio, l’immenso orgoglio di ciò che sono riuscita a conseguire semplicemente vivendo la mia vita, senza programmi, ma armata solo di spontaneità e infinita speranza.

 

Ad maiora, mia grande dinastia, seguite i vostri sogni in questo grande Paese!

Fotografie dell’autore: dall’alto: Il fiume Hudson, Westchester County, NY, sulle cui sponde abito adesso; Empire State Building, NYC;  Portici (Granatello), dove sono cresciuta;  Modena (la Ghirlandina), la città di mia madre;  Colli al Volturno (le Mainarde), il paese di mio padre;  Napoli (la Clinica Mediterranea, Mergellina, dove sono nata).

 

Advertisements

Quando volevo la tata

20 gennaio 2019

Per me, dico.

Avevo sette o otto anni.

Adoravo i fim di Walt Disney, come tutti i bambini.  Erano magici, dolci e toccanti, un insieme di emozioni che afferravano il cuore anche ai più piccoli.  Certo che sognavo di andare a Disney World, nei lontani United States.  Ricordo di ricevere delle foto da alcuni dei famosi ‘parenti d’America’ che neanche conoscevo allora, e morivo di invidia nel vedere quei bambini sconosciuti felici nel Magic Kingdom, circondati da quel che mi sembrava un vero e proprio scenario da film.  Naturalmente non cosa facilmente realizzabile quando abitavi a Napoli e l’America era a migliaia di chilometri di distanza, e si parlava pure un’altra lingua.  Rassegnatissima già a sette anni.

Però c’era il cinema, e il cuore mi palpitava di gioia ogni volta che i miei ci portavano lì, cosa che non succedeva spesso, dato che il babbo non spendeva facilmente soldi che non fossero assolutamente necessari.  Un grande senso di frugalità, molto probabilmente dovuto alle difficoltà patite durante la guerra.

Quando disse, all’improvviso, una sera, “Andiamo al cinema, bambini!” rimasi quasi di stucco.  Ero emozionatissima mentre ci avviavamo, con tutta la famiglia, a piedi verso Via Roma.

E così conobbi Mary Poppins.  Credevo che il film fosse un cartone animato, come altri della Disney, e fui molto sorpresa nel vedere questa introduzione meravigliosa delle reali strade di Londra (una città che sin da piccolissima sognavo di visitare), in tutta la loro gloria.

Poi arrivò lei, Julie Andrews, splendida e dolce, una fata in discesa dal cielo, tenendosi a un ombrello nero, i piedi coperti da stivaletti eleganti, perfettamente volti nella prima posizione.

Fu amore a prima vista.

Dal momento in cui aprì bocca rimasi affascinata.  Severa ma tenera, mi faceva un po’di soggezione, ma quando cominciò a seminare magia nella camera dei bambini, a scivolare giù sulla ringhiera delle scale, a tirar fuori una lampada dal borsone e a conversare con gli uccelli, ecco, rimasi quasi completamente ipnotizzata.  E quella voce stupenda da usignuolo, quelle canzoni dolci e simpatiche, che imparai subito a memoria, inclusa la famosissima Supercalifragilistichespiralidoso, che non ho mai più dimenticato.  Le passeggiate sulle vie della mia città dei sogni, con quei fortunatissimi bambini Banks, Dio, quanto desideravo essere la piccola bionda Jane!  La gita al parco, dove s’incontrano col simpaticissimo Bert, poi si tengono tutti e quattro vicini e saltano di colpo dentro il quadretto appena dipinto da lui sul marciapiede! Eccoli in una scena surreale e coloratissima, vestiti da festa, lei in veli bianchi, esuberante e raffinata.

Che meraviglia il ballo degli spazzacamini sui tetti di Londra, e Mary tra di loro, ballerina abile e aggraziata!

“Mamma, ti prego, prendici una bambinaia! Inglese come Mary Poppins!” Imploravo mia madre, la voglia di vivere la magia del film una vera scossa nelle vene, il desiderio tale da farmi male allo stomaco.  “Tu hai tanto da fare, con la scuola, il mercato, la casa, così si occuperà lei di noi tre e non ti daremo più fastidio!”

Niente da fare.  Mi guardavano divertiti, i genitori, non avendo nessuna intenzione di procurarci una tata, anche se io insistevo che avremmo potuto mettere un altro lettino nella nostra stanza, dal momento che non abitavamo nella grande casa a tre piani dei Banks (e non avevamo neanche cuoca e cameriera fisse).

Comunque Mary Poppins è sempre stato il mio film preferito e continuerà ad esserlo.

Il mese scorso, la magia è tornata sui grandi schermi con Mary Poppins Returns, ed io, che di rado vado al cinema, ci sono corsa con le mie figliolette di tre e sette anni (okay, diciamo ventitré e ventisette), e mi sono immersa completamente nel sogno e la magia di questo film, innamorandomi di nuovo di questo straordinario personaggio, il ruolo rinato alla perfezione nella performance brillante della bravissima Emily Blunt, ben consapevole che il mio cuore abiterà per sempre al Viale dei Ciliegi, 17.

Finisco sempre in cucina: e va bene così

6 gennaio 2019

Non ne avevo nessuna intenzione. Troppo da fare, stanca, apprensiva.

Ma ci pensavo.  Ai tortelloni che faceva mia madre.  I tortellini erano buoni, certo, ma la roba in brodo non è mai stata la mia number 1, ecco.  Però i tortelloni, belli grossi, panciuti, ripienissimi di ricotta e spinaci (o bietole), allora, questo è un pasto ne plus ultra.

Dunque, vado giù nel seminterrato della mia casa newyorkese e cerco il vecchio tagliere che usava mia suocera.  Eccolo!  Per niente nascosto, ma non ci ho dato uno sguardo da anni, usando sempre e solo quello più piccolo di marmo per fare i miei vari biscotti e crostate.  Ma questo è il ‘tagliere della pasta’, e questa farò!

I ricordi sbiadiscono, si accantonano nel buio, e tu li lasci lì, perché ti punge troppo risvegliarli.  Poi smetti di pensarci.  Ma, all’improvviso, è Capodanno, e ti ritrovi a Portici, mia madre (modenese DOC) tira la sfoglia, che diventa così sottile e enorme sotto quel matterello lunghissimo; lei si affanna a finire presto, perché poi si asciuga e deve ancora tagliare i quadretti.  ‘Via, bambini – diceva – copriteli coi tovaglioli, si seccano, si seccano…!’ E noi lì, a gironzolare intorno al tavolo di fòrmica della sua cucina gialla, con niente da fare ma aspettare il risultato delle sue fatiche: i bei tortelloni fumanti, lucidi di burro fuso, spolverizzati abbondandemente col parmigiano che toccava a me grattugiare.

Preparo l’impasto, nella mia cucina gialla di New York, l’odore onesto di uova e di legno m’ipnotizza, la pasta è soffice, elastica e liscia sotto le dita.  Era sempre di sera, quando lei faceva i tortellini/tortelloni, poco prima di preparare la cena. ‘Guardate-diceva-, ecco come si formano i tortellini, osservate, ricordatevelo…e non ditelo a nessuno!  È un segreto della mia famiglia, da passare ai vostri figli e a nessun altro!’ E così ho fatto, muta come un pesce, tanti, tanti anni dopo.  Capisco, mamma, certe cose non si buttano al vento, sono preziose e importanti, pesano di memorie e di una vita intera, devi raccoglierle e custodirle nel silenzio.

Taglio i quadretti con la rotella, cerco di farli uguali, ma non misuro niente, altro che riga, tutto a occhio, come faceva lei, veloce ed esperta, con lo sguardo perso nella malinconia dei suoi ricordi.  Invece delle salviette, li avvolgo nella pellicola, che li terrà belli morbidi (viva i tempi moderni!).  Il ripieno l’ho già fatto, la ricotta soda dal caseificio di Brooklyn, gli spinaci freschi in un bel pacchetto sigillato, già lavati e asciugati (di nuovo, viva le comodità moderne), il parmigiano importato (carissimo!), profumato come allora, quando lo grattuggiavo a mano, ascoltando l’hit parade alla radio, in attesa emozionata della canzone della settimana.

Uno alla volta, li farcisco, con attenzione, ma il più velocemente possibile (‘si seccano!’), e li metto in fila ordinata e diritta, così potrò contarli più facilmente, sulle lastre per i biscotti; li copro con la carta stagnola e li metto in frigo.

Il tagliere mi aspetta, e lo pulisco con cura con il raschietto, il legno spesso e solido, confortevole, come quei giorni di tanto tempo fa, quando prendevo per scontato, nella mia innocenza puerile, i piccoli miracoli quotidiani, la mamma sarebbe stata sempre lì, nella calda cucina gialla, impegnata con le sue meraviglie culinarie.  E mio padre, nello studio, con la libreria scura cinquecentesca, immerso nelle sue carte e nella gloria della musica di Beethooven.

Il tempo ti ruba il passato; poi te lo sbatte in faccia quando meno te lo aspetti.

Che fai allora? Ti abbatti per un istante, ti lasci lavare dal dolore, ti afflosci.

Poi ti rialzi, ti rimbocchi le maniche e ti metti a fare i tortelloni.

(Ringrazio di cuore mia cugina Elisabetta a Modena, che mi ha pazientemente tenuto la mano step-by-step con la preparazione della sfoglia perfetta, via messaggi Whatsapp.  La tecnologia è stupenda quando funziona!)

Lasciarsi andare (per un istante)

12 novembre 2018

Le poche volte che salgo in soffitta la ignoro.  È sempre lì, la valigetta verde, nel suo angolino, seminascosta dai valigioni rossi e lucidi che aspettano pazientemente d’imbarcarsi per l’Italia.  Mentre la valigetta verde l’Italia ce l’ha dentro.  È un vecchio modello vintage anni settanta, leggera, perché le carte non pesano poi tanto.  Anche quelle cariche di storie.

Stavolta la porto giù, l’adagio sulla moquette e, con mano leggermente incerta, tiro la cerniera.

Teneri i diari scolastici Grazia del liceo, con quelle copertine cool (almeno così sembravano allora) e spigliate.  Calligrafia non bella, a volte anche disordinata, soprattutto quando scrivevo quelle dichiarazioni assurde e pesanti da adolescente (irragionevolmente) angosciata –  Sono così infelice! Dio mi odia! L’amore fa schifo!  Spesso scritte in un inglese da principiante, sotto la lista dei compiti.  Poi i diari, quelli veri, quelli su cui disegnavo i cuoricini e i nomi più preziosi del momento.  La passione possente che ancora non capivo, travestita da amore nascente, attenuata dalla naïveté della mia giovane età, che volava sulle ali traditrici di sogni irrealizzabili.  Emozioni acerbe, pure e intense – ti amo, ti odio, mi manchi, ti riprendo, adesso basta, avanti un altro, quello vero, quello grande, quello ‘per sempre’.  Ma ‘per sempre’ non esiste.

Le lettere.  Carta fragile, sottilissima, quasi ho paura di toccarle, che si frantumino in un mucchietto di polvere e si disperdano nell’aria.  Come i sogni.  Nomi che mi afferrano il cuore, altri che non riconosco perché tanto tempo è passato, e forse non erano importanti.  Quelle amicizie estive, sbocciate spontanee il primo giorno al mare (o in montagna), diventate vincoli di acciaio in pochi giorni, poi cuori spezzati quando ci si doveva separare.  Ti scriverò tutti i giorni! giuravamo.  E lo facemmo, missive fitte fitte, spedite in fretta, ricevute con gioia traboccante.  Per qualche mese.  Poi qualcuno non risponde più e finisce lì.

Le foto di classe, in bianco e nero, quei visi così familiari, ma i nomi sfuggenti; poi giro la foto e mi perdo nella dolce tortura dei messaggi e delle dediche, spesso spiritose, commoventi perché sincere nella loro immaturità.

I disegni.  I taccuini a quadretti, tanti racconti infantili, da me creati quando ancora non sapevo che avrei scritto per una vita intera.  Illustrati coi pastelli, fate con i veli svolazzanti, principi azzuri dai capelli biondi, il lieto fine, sempre un lieto fine.  I ritratti di amici, sorella, compagni di classe, attrici.  Ero brava, accidenti.  Ma perché ho poi smesso di disegnare? Già, la vita, quella vera, mi ha incastrato, ha cancellato i desideri e la creatività, regalandomi in cambio una lista di doveri che mi occuperà per l’eternità.

Basta.  Chiudo la valigetta, mi accingo a riportarla lassù, nel suo meritato nascondiglio.

Ma la trascino a stento, è diventata pesantissima, una cassetta di piombo che mi taglia le dita.

Summer Break for Italian Classes

Yes, another wonderful year of Italian classes at the North Castle Public Library has come to summer break.

I’m infinitely grateful for having the joy and honor to teach these wonderful people who have come to class, year after year.

We celebrated with a Food Night, and my students brought so many goodies!  I contributed the lattice-top torta.

Looking forward to starting again on Tuesday, September 4th!

Grazie, mille volte grazie, ai miei studenti!  Siete grandi!  Ci vediamo a settembre!