Il Parrucchiere: Ricordi d’infanzia

Va bene, sì, adesso mi fa piacere andare dal parrucchiere.

Mi guardo nello specchio, vedo questa ricrescita castana, e mi dà fastidio.  No, non mi lamento del colore, per carità! Sono infatti felice che la ricrescita sia ancora del mio colore naturale, e non grigia o bianca, nonostante abbia superato i quaranta da un bel pezzo.

Ma voglio tornare bionda, ecco. Non sono stata dal parrucchiere dal luglio 2020, poco prima del matrimonio di mia figlia. Mi sento irrequieta, incompleta, insomma non me stessa. Questa maledetta pandemia ha bloccato tutto, ha cancellato tante cose, anche un po’ i sogni e la speranza.

Ma ce l’ho fatta finalmente. Doppia mascherina, il segno della croce, e mi sono messa nelle mani abili della mia parrucchiera di fiducia (sono 24 anni che la conosco, so essere leale io!).

Ma non era sempre così, la voglia di andare dal parrucchiere. Se avete appena scoperto il mio blog, io sono cresciuta a Portici, una bellissima cittadina vivace ed elegante, alle porte di Napoli, dopo essere nata e vissuta a Napoli fino a nove anni.

Mara a 12 anni

Comunque, mia madre era anche lei molto fedele al suo parrucchiere, Raffaele, un distinto signore dai capelli grigi che aveva la sua attività a Capodichino, nella zona dell’aeroporto, ed ogni tre mesi si montava tutti sulla piccola Fiat 750 blu del babbo, e si andava dal parrucchiere. Mia madre era naturalmente di ottimo umore, entusiasta all’idea di ritornare al suo biondo da Marilyn, mentre per me iniziava la solita tragedia: il taglio corto a scodella, a mezza orecchia, con la frangetta fino a metà fronte. Una roba antica, insomma, la stessa pettinatura della mamma quando era piccola, che lei considerava ancora perfettamente adeguata alle bambine tra i tre e i tredici anni.

La notte prima dell’evento io dormivo poco, l’ansia mi divorava, il pensiero di tornare a scuola il giorno dopo, conciata con tale indegna pettinatura, e pregavo che nessuno se ne accorgesse. Naturalmente preghiera ignorata, tutti lo notavano e ridacchiavano. Tutte le altre ragazzine avevano i capelli lunghi e ondulati, che spesso intrecciavano, o tiravano su in una lunga e abbondante coda di cavallo. In realtà, non ho mai capito perché mio padre condividesse l’opinione di mia madre per quanto riguardava la mia acconciatura, ma fatto sta che finiva sempre così. Anche se devo ammettere che mio fratello la passava peggio, con quel taglio militare a spazzola da spavento. Non ricordo la reazione di mia sorella, essendo lei più piccola e priva di opinione sulla sua pettinatura.

Il tragitto sembrava lunghissimo, un calvario, anche se non ci si metteva più di mezz’ora, credo. Io rimbalzavo a scatti sul sedile posteriore, tra le buche stradali, il traffico rumoroso e la nausea che mi bloccava la gola, dato che soffrivo tanto di mal di macchina e di quel peso insostenibile nel cuore.

Avendoci accompagnato a destinazione, il babbo ci salutava, e spariva per qualche ora, in giro a passeggio da solo, in santa pace, spesso fermandosi all’aeroporto, a sognare futuri viaggi in paesi distanti.

La mia mamma Wanda

Biondissima, sorridente, trionfante, la mamma emergeva dal parrucchiere, trascinando noi tre bambini appresso, incavolati, e rassegnati

Finalmente, alla tanto attesa età di dodici anni, i miei decisero di non sottopormi più a quella pettinatura sfigata. Non mi tagliai più i capelli fino a diciannove anni, felice di sfoggiare la mia lunga chioma liscia e castana.

Ma eccomi qui, adesso signora newyorkese, più bionda che mai, e infinitamente gioiosa di esserlo.  Perché, insomma, una bionda è sempre una bionda.  Sì, è vero, blondes have more fun!

(Mamma, questa è per te, la più bella bionda del mondo).

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