Tutto Sommato

Certo che soffro della sindrome del nido vuoto.

I miei uccellini sono volati tutti via.  Uno alla volta.

La mia ultima, la piccolina, si è sposata un mese fa.  Okay, non troppo piccola, insomma, ha ventiquattro anni.  Io l’avrei tenuta volentieri a casa per tanto altro tempo (per sempre?).

Scherzo ovviamente.  Sì, il cuore mi pesa.  Ma sprizza anche di orgoglio.  In fondo, li ho sistemati tutti e tre, i miei figli.  Anni di sacrifici e di  ansia.  E di amore così immenso da diventare l’unico scopo della mia vita.

In verità, una madre vive per i figli.  E sopporta. Tutto.

Non c’è spazio per egoismo quando si diventa madre.  Rinunci e basta.

Sono nata per essere madre, anche se non lo sapevo.  E quando la mia figlia maggiore ammette che l’unica cosa che ha sempre voluto (anche senza rendersene conto) è fare la mamma, e abbandona, dopo sette anni, il suo mestiere lucrativo per un altro che lo è ben poco, ma molto meno impegnativo, per dedicarsi a tale compito, ecco, mi vengono le lacrime agli occhi.  Non sapevo di aver avuto un tale impatto sulle sue scelte.

Come dice Eduardo, i figli sono figli.  Tutto il resto è banalità.

Portici, vista dal balcone di casa

Nonostante le infinite difficoltà, credo nel matrimonio.  La famiglia deve restare unita e forte. L’antica base del matrimonio è la roccia a cui si aggrappano i figli, sicuri del supporto, del calore, dell’affetto.

Lasciate perdere il sogno illusorio della felicità.  Esiste e non esiste.  Sì, ci sono momenti nella vita che esplodono con splendidi fuochi artificiali, la gioia più pura, l’apice dei sentimenti che non finirà mai…

Ma finisce.

Maturiamo, noi, ex-adolescenti, ci ammorbidiamo (anche quando ci induriamo), accettiamo la vita con tutte le sue sfide, ci rimbocchiamo le maniche e facciamo il nostro dovere.

Sì, abbiamo il diritto alla felicità, come giustamente proclama la Costituzione americana, ma ciò non significa che riusciremo ad ottenerla. Ma la responsabilità del genitore, beh, quella vale mille volte di più.

La casa è quieta e vuota, senza i miei figli, surreale, troppo tranquilla, solo io e mio marito qui, non giovani, molto presi dal lavoro e dai vari obblighi, leggermente tristi, ma infinitamente orgogliosi.

Che bello vederli solari e entusiasti, ‘sti tre ragazzi! Laureati, appagati e pieni di speranza nel futuro. Dolci, affettuosi, grati, simpatici, tutti qui vicino, perché nessuno vuole allontanarsi da nessuno.  Una piccola grande famiglia, ognuno per conto suo, ma a un soffio dagli altri.

La base era solida.

Il nostro pezzetto dell’America

Siamo in 12 adesso! La famiglia che ho creato tanti (TANTI!) anni fa, cresce, e la mia gratitudine si espande.  Dalla mia amata esuberante città sul Golfo di Napoli a un tranquillo suburb della Grande Mela, mi sono data da fare.  “Tempus fugit” for sure.

Mi mancano le Barbie e i loro vestitini dappertutto, i cestini da preparare per il lunch per la scuola, le corse serali al catechismo il lunedì; chiudere tutto per la notte, sapendo che loro, i miei adorati piccoli, erano sicuri e comodi nei loro lettini al piano di sopra.

Adesso, passo la camera della mia bambina appena sposata, la vedo vuota e ordinata, gli orsacchiotti ancora sul copriletto, e il cuore mi si stringe.

Ma è la vita, la normalità, i figli cominciano il loro cammino, si sposano, creano le loro famiglie, diventano anche loro genitori che sacrificheranno tutto per quei benedetti doni di Dio.

Il tesoro più prezioso.

Tutto sommato, non male.

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