Finisco sempre in cucina: e va bene così

6 gennaio 2019

Non ne avevo nessuna intenzione. Troppo da fare, stanca, apprensiva.

Ma ci pensavo.  Ai tortelloni che faceva mia madre.  I tortellini erano buoni, certo, ma la roba in brodo non è mai stata la mia number 1, ecco.  Però i tortelloni, belli grossi, panciuti, ripienissimi di ricotta e spinaci (o bietole), allora, questo è un pasto ne plus ultra.

Dunque, vado giù nel seminterrato della mia casa newyorkese e cerco il vecchio tagliere che usava mia suocera.  Eccolo!  Per niente nascosto, ma non ci ho dato uno sguardo da anni, usando sempre e solo quello più piccolo di marmo per fare i miei vari biscotti e crostate.  Ma questo è il ‘tagliere della pasta’, e questa farò!

I ricordi sbiadiscono, si accantonano nel buio, e tu li lasci lì, perché ti punge troppo risvegliarli.  Poi smetti di pensarci.  Ma, all’improvviso, è Capodanno, e ti ritrovi a Portici, mia madre (modenese DOC) tira la sfoglia, che diventa così sottile e enorme sotto quel matterello lunghissimo; lei si affanna a finire presto, perché poi si asciuga e deve ancora tagliare i quadretti.  ‘Via, bambini – diceva – copriteli coi tovaglioli, si seccano, si seccano…!’ E noi lì, a gironzolare intorno al tavolo di fòrmica della sua cucina gialla, con niente da fare ma aspettare il risultato delle sue fatiche: i bei tortelloni fumanti, lucidi di burro fuso, spolverizzati abbondandemente col parmigiano che toccava a me grattugiare.

Preparo l’impasto, nella mia cucina gialla di New York, l’odore onesto di uova e di legno m’ipnotizza, la pasta è soffice, elastica e liscia sotto le dita.  Era sempre di sera, quando lei faceva i tortellini/tortelloni, poco prima di preparare la cena. ‘Guardate-diceva-, ecco come si formano i tortellini, osservate, ricordatevelo…e non ditelo a nessuno!  È un segreto della mia famiglia, da passare ai vostri figli e a nessun altro!’ E così ho fatto, muta come un pesce, tanti, tanti anni dopo.  Capisco, mamma, certe cose non si buttano al vento, sono preziose e importanti, pesano di memorie e di una vita intera, devi raccoglierle e custodirle nel silenzio.

Taglio i quadretti con la rotella, cerco di farli uguali, ma non misuro niente, altro che riga, tutto a occhio, come faceva lei, veloce ed esperta, con lo sguardo perso nella malinconia dei suoi ricordi.  Invece delle salviette, li avvolgo nella pellicola, che li terrà belli morbidi (viva i tempi moderni!).  Il ripieno l’ho già fatto, la ricotta soda dal caseificio di Brooklyn, gli spinaci freschi in un bel pacchetto sigillato, già lavati e asciugati (di nuovo, viva le comodità moderne), il parmigiano importato (carissimo!), profumato come allora, quando lo grattuggiavo a mano, ascoltando l’hit parade alla radio, in attesa emozionata della canzone della settimana.

Uno alla volta, li farcisco, con attenzione, ma il più velocemente possibile (‘si seccano!’), e li metto in fila ordinata e diritta, così potrò contarli più facilmente, sulle lastre per i biscotti; li copro con la carta stagnola e li metto in frigo.

Il tagliere mi aspetta, e lo pulisco con cura con il raschietto, il legno spesso e solido, confortevole, come quei giorni di tanto tempo fa, quando prendevo per scontato, nella mia innocenza puerile, i piccoli miracoli quotidiani, la mamma sarebbe stata sempre lì, nella calda cucina gialla, impegnata con le sue meraviglie culinarie.  E mio padre, nello studio, con la libreria scura cinquecentesca, immerso nelle sue carte e nella gloria della musica di Beethooven.

Il tempo ti ruba il passato; poi te lo sbatte in faccia quando meno te lo aspetti.

Che fai allora? Ti abbatti per un istante, ti lasci lavare dal dolore, ti afflosci.

Poi ti rialzi, ti rimbocchi le maniche e ti metti a fare i tortelloni.

(Ringrazio di cuore mia cugina Elisabetta a Modena, che mi ha pazientemente tenuto la mano step-by-step con la preparazione della sfoglia perfetta, via messaggi Whatsapp.  La tecnologia è stupenda quando funziona!)

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