Come eravamo

3 settembre 2017

Piccoli, eravamo.   Innocenti, sereni.

Il mondo era una continua avventura, le stelle erano brillanti e tutti ci volevano bene.

Dolce infanzia.   Accidenti alla crudeltà della vita che non ci rende consci quando dovremmo esserlo.

Per capire. Per assorbire la felicità quando davvero esiste.   Prima che ce la strappino.

Vago per le mie strade americane con le Skechers, la mia furia, la mia risolutezza, nutrite dal dolore e dall’orgoglio; veloce, stanca ma in forma, giovanissima alla mia non giovane età.

Ricordi.

Ogni azione, ogni evento, diventa una memoria straziante e meravigliosa.

Un anziano signore cammina lentamente davanti a me, tranquillo, cappello in testa.

Mi infastidisco io, via, si muova, non ho tempo da perdere, ho fretta, voglio solo fare un po’ di moto…

E vedo mio nonno.   L’unico avo che ho conosciuto.   Il papà della mamma, nonno Romolo.

Veniva a trovarci due volte all’anno. Il viaggio in treno da Modena a Napoli. Mio padre lo andava a prendere alla stazione con la Simca. Noi bambini lo aspettavamo, emozionati, a casa a Portici.   Ci portava sempre dei bei regali, soparattutto i libri di fiabe con quelle bellissime illustrazioni.

Diceva sempre “Vè”, che ci faceva ridere.  C’era una complicità tenera tra lui e mia madre, che noi, piccoli e chiassosi, non capivamo.  Si parlavano in dialetto modenese, a volte, una lingua segreta e misteriosa di cui non capivamo un fico.  Quando mio padre si ritirava per il pisolino pomeridiano (o era fuori), li scoprivo in cucina, dopo pranzo, il pavimento ancora umido dopo il lavaggio giornaliero, seduti a fumare una preziosa sigaretta insieme (cosa altamente disapprovata da mio padre), sorridenti e rilassati. Ero confusa, ma li ammiravo. Non sapevo che mia madre fumasse. Almeno due volte all’anno. La guardavo sbalordita. Una parte di lei che non conoscevo, non capivo.  Ma affascinante.

Un anziano, distinto gentleman, nonno Romolo sfoggiava sempre un abito grigio, camicia bianca e anche la cravatta, il cappello di feltro, le dita intrecciate dietro la schiena, un passo lento ma agile, curioso e tranquillo in quel Sud che non conosceva ma che lo aveva accolto con calore e simpatia. Si fermava all’edicola sotto casa tutti i  giorni, e la giornalaia lo salutava con un sorriso, gli porgeva Il Mattino e gli augurava una bella giornata.   I marciapiedi irregolari, le buche, le macchine parcheggiate a caso che bloccavano il passaggio, i semafori a cui nessuno prestava attenzione, niente gli dava fastidio, lui intraprendeva la sua passeggiata quotidiana con l’animo leggero, solo, oppure con noi tre nipotini che rompevano un po’, certo, ma ci sentivamo sereni con lui, consapevoli dell’abbondanza di caramelle alla menta che portava in tasca. Via, verso il parco reale, ci avviavamo, alla pista di pattinaggio nel verde, sempre affollata allora, piena di vita. Ci attaccavamo i pattini alle scarpe con le cinghiette, e su a correre intrepidi (io non tanto però, timorosa, restavo di solito a dieci centimetri dalla ringhiera), mentre lui ci teneva d’occhio seduto sulla panchina, Settimana Enigmistica e matita in mano.

Il lago coi cigni e le anatre, noi a lanciarci la mollica che c’eravamo portati, lui che diceva, Bambini, è ora di pranzo, su, che c’è la mamma che ci aspetta.

Compravamo il pane al forno del mercato, filoni lunghi, sottili, caldi e fragranti, e ne mangiavamo la metà per strada, mentre lui borbottava.

Allora, rallento un po’ il passo, e lo guardo, quel signore anziano davanti a me, nel mio suburb americano, sembra anche lui sereno, fuori a godersi questa bella giornata, pensionato rilassato che non ha più bisogno di precipitarsi dappertutto.

Come eravamo ingenui, speranzosi, positivi.

Grazie, nonno Romolo, per quei giorni eternamente magici.

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