Senza maschera

3 luglio 2017

La vita ti straccia.

Ti dà qualcosa, poi te la strappa, con rabbia e gioia.

Sopraffatta.   Travolta.  Ci provi, tu, a stare calma, in controllo, sorridente, falsamente serena.

Ma vuoi solo montare in macchina e fuggire. Le grandi parkways americane, liscie e alberate, sirene allettanti, ti accolgono coi sogni of the road. Vai, corri, arriverai all’ingresso del paradiso e potrai smettere di pensare.   Di fregartene.

Vorrei fregarmene.   Di te e di te e di te e di te.

Muoio dalla voglia di diventare altamente egoista. Come alcuni che ben conosco. Esseri talmente meschini che gli potrebbe crepare un parente vicinissimo e penserebbero solo a cosa indossare al funerale.

Almeno loro soffrono ben poco. Esseri superficiali ma spensierati. ‘Spensierato’ è un aggettivo estremamente desiderabile.

In tal caso, potrei fare il comodo mio, con la coscienza (falsamente) pulita.

Ma non sono il tipo.   Io mi aggrappo al dolore, mi ci vesto, mi lascio soffocare, ma poi lo mordo. I care.

Dimenticare il passato perché non serve a un cavolo. Poi hai solo voglia di piangere, gli anni sono volati, i figli crescono e sono degli esseri magnifici, e tu li guardi con stupore e ammirazione e ne sei fiera.   Ma non sono più i piccolini morbidi e innocenti di allora.   Ti emozioni, e ti odi per questo, perché emozionarsi non fa mai bene a nessuno.   Rigida e in controllo, ecco.   Così si può andare avanti.

Percorri i viali a specchio di un centro commerciale di lusso, in cerca di un evening dress, lunghissimo e splendido, perché tua figlia si sposa e devi irradiare felicità.  E lo sei, felice e orgogliosa.   L’hai cresciuta bene, ‘sta bambina, è diventata una donna con la testa a posto, dolce, premurosa, responsabile (e bella come il sole).

Ma guardi la fontana coi cavalli di bronzo, dove le due piccole (non poi tanto tempo fa) ci gettavano le monetine, e non è cambiata affatto. Ma tu sei lì,  sola stavolta. Frughi nella borsetta, trovi dei pennies e li butti nell’acqua scintillante, e si adagiano tra tutte le tante monetine, in attesa. Di che?

Una statua, una madre con la bambina in braccio. Guarda, amore, dicevi ai tuoi angioletti, che bella, no? Queste siamo io e te, vero?   Ridevano loro, coi codini, le guancine rosa e gli occhi azzurri sfavillanti. E tu volevi stringerle per sempre, inebriarti del loro profumo di sapone neutro e di infanzia, dei loro sogni teneri e semplici.

La vita ti sfida, ti prende a calci, tu cerchi di pararli, ma infine ti abbandoni alla violenza che non è altro che la realtà.

La nostra valle di lacrime.

Poi vai sui social e ti sorbisci le cavolate che i falsi felici postano. Ecco la mia vita perfetta, dicono, tutti denti nel ritratto di famiglia, cane incluso, moglie/marito fantastico ! (che poi in realtà è un casino di liti e di corna).  Eccomi qui in vacanza a San Francisco, a Londra, sulle candide spiagge dei mari del Sud, nella villetta sul lago, guardate come sono giulivo/ricco/ amato.

Miei cari, sappiamo benissimo che non siete né giulivi né ricchi né amati, ma degli sfigati come tutti.  Siete soli, abbattuti, e tutti i vostri sogni sono stati frantumati e li calpestate continuamente, perché la vita è anche perenne tortura.

Allora ti concentri sugli oggetti che non ti tradiscono. Che bella la collezione di bicchieri da cocktail, li immagini ripieni di bevande colorate (e ferocemente alcoliche) e ti riprendi un po’.  Fai una torta che è una meraviglia, tenera, delicata, si scioglie in bocca e posti la foto su Facebook.  E tutti esigono la ricetta.  Un pizzico di gioia e di orgoglio.

Poi  passa.

Guardi il fiume, calmo, sornione. Sussurra il tuo nome, e lo fa dolcemente.

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