L’esame di guida e la mia prima torta: Una storia del mio temps perdu

6 marzo 2016

Allora, in verità non ero io che dovevo affrontare uno degli esami più temuti e desiderati della vita, quello della patente di guida.

Si tratta di mia madre.IMG_3078

Infatti, la mamma non aveva mai ottenuto la patente da giovane (erano altri tempi, i suoi) ed aveva trascorso la vita seduta alla destra dell’autista, sempre dipendente da mio padre, dovunque volesse andare, completamente priva di autonomia.

Insomma chi vuol vivere così? Lei. Ma solo per quasi vent’anni. Poi si ribellò e si iscrisse alla scuola guida, nonostante noi sghignazzassimo tutti (mi vergogno ad ammetterlo, ma anch’io devo recitare il mea culpa), perché adesso voleva imparare a guidare, lei, alla sua età? Ma sì, questa signora di mezza età aveva deciso di mettersi al volante e proprio questo intendeva fare!

Dopo una serie di lezioni di guida con un istruttore dalle tempie brizzolate che mio padre chiamava “quel sant’uomo”, mia madre fissò un appuntamento per l’esame di guida.

Era nervosa, poverina, gironzolava per la casa in preda all’ansia, parlando non-stop, ma decisa a superare questa grande prova e di ottenere così un po’ di meritata libertà.

Auguri, mamma, in bocca al lupo, su che ce la fai, sei forte! Dicevamo noi figli solidali, anche se un filo di dubbio ce l’avevamo eccome.

Si avvia, lei, tremante ma risoluta, verso il Viale per incontrarsi con l’esaminatore, certamente un uomo burbero, s’immaginava, o anche peggio, una donna!

Ero preoccupata per lei, io, ma anche per me. Infatti nel mio vicinissimo futuro avrei anch’io dovuto sostenere questa prova, se volevo accaparrarmi la mia anelata libertà.

Ripensandoci oggi, wow, che pazzia, che impresa, fare l’esame di guida per le strade di Portici, soffocate da quel traffico indisciplinato! (Che poi il mio esame l’avrei fatto sugli ampi viali di una città americana, qualche anno dopo, non l’avrei mai immaginato. Che cosa incredibile, la vita.)

Dobbiamo festeggiare il suo successo! Annuncio, entusiasmata, ai miei fratelli. E mi metto subito all’opera. Farò una torta, decido, una semplice, casalinga e inaspettata.   Corro in cucina, tiro fuori il pacchetto dell’onnipresente lievito vanigliato Pane Angeli e leggo la ricetta sulla bustina, burro fuso, fecola, uova… In quattro e quattr’otto, miscelo tutto per benino col cucchiaio di legno e verso nel vecchio stampo di alluminio, un po’ ammaccato qua e là, ma perfetto lo stesso. Il dolce emerge dal forno bello dorato e profumato, nonostante non l’avessi mai fatto prima. Mentre si raffredda su un piatto, frugo negli sportelli alla ricerca dei pacchetti delle creme/budini instant, che mia madre teneva di scorta. Ne trovo uno alla vaniglia e un altro al cioccolato. Velocemente verso i contenuti in due zuppierine separate, aggiungo il latte e metto in moto il frullino (a mano).   La crema, bella soda e vellutata (nonché dall’aroma artificiale) è pronta in cinque minuti. Non appena il Pan degli Angeli è freddo, lo taglio a metà con gran cura, anche se non mi riesce poi molto uniforme, ma non importa, il tempo è poco, la mamma sarà di ritorno prestissimo, fiera e vittoriosa.

Missione compiuta!   Ecco la mia prima torta, un po’ storta, e forse l’ho farcita troppo abbondandemente, visto che la crema esplode un tantino dai lati, tipo glassa che non credevo fosse necessaria, ma com’è bella sul piatto di portata, con quella crema gialla, con sopra pure le ciliegine candite!

Aspettiamo col fiato sospeso, noi tre fratelli e babbo, ed ecco la chiave nella serratura, il tic-tac dei tacchi nel corridoio, stranamente lenti.

Il viso è un po’ spento, un filo di rabbia scintilla nei suoi occhi chiari. Non ho superato l’esame, maledizione.

Oh, no, mamma! Ma puoi rifarlo…

Almeno non è mortIMG_3075o nessuno, mormora mio padre.

Pazienza. Ma che bella torta! L’hai fatta tu? Chiede incredula mia madre.

Ma sì che era buona, a modo suo, leggera perché il Pan degli Angeli è una nuvola alla vaniglia, e quel budino al cioccolato fondente non era affatto male.

Al terzo esame, mia madre ottenne finalmente la patente. Anche se poi non guidò mai.

A mio padre proprio non andava di mettere la sua preziosa auto in mani altrui.

Oh well.

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