Ma chi ha mai detto che abbiamo il diritto alla felicità?

28 settembre 2015

C’è bisogno di una ragione per tirarsi fuori dal letto, la mattina.Mara at computer, September 2015

Una motivazione, uno stimolo, un premio.

Il letto è caldo e soffice, il mondo crudele e tagliente.

Ma schiavi del dovere siamo noi, esseri responsabili, dedicati al nostro lavoro, che ci piaccia o no.

C’è chi la luce in fondo al tunnel la sbircia già (pensione), ma tanti altri sentono solo la sveglia e vogliono piangere.

Non che il lavoro quotidiano sia un male, per carità, soprattutto di questi tempi incerti, ma la disgrazia è lavorare tanto per campare, senza l’entusiasno e la passione che dovrebbero sempre accendere le nostre emozioni.

Dovere prima del piacere, l’ho sentito dire tutta la vita, da mio padre e poi (molto più spesso) da me stessa.

Seria, coscienziosa, responsabile sono io, costi quel che costi. A volte il costo è altuccio, quasi ti spezza, ma tu ignori la fragilità dei sentimenti, ti corazzi per benino e continui la marcia.

(Anche adesso, in questo momento, che credete? Corro su e giù tra il computer, la pizzaiola e il bucato).

Devi individuare la differenza, ti dicono, tra ciò che è importante e ciò che è urgente. Cavolo, si casca sempre per l’urgenza.

Cucina, pulisci, lavora, prepara, metti su la lavatrice, studia, sacrificati. Ti ordina il cervello.

Poi, quando non ti reggi più in piedi, allora sì che puoi abbandonarti ai tuoi desideri segreti e indulgenti. Come dedicarti alla scrittura

Solo che, visto che non ti reggi più in piedi, caschi e desideri soltanto il sonno. Spietatamente interrotto dopo, ‘ché, mezz’ora? Dalla sveglia del diavolo.   E il ciclo infernale si ripete ad infinitum.

Dunque, noi persone dabbene, qui da un lato, noi che ignoriamo la stanchezza, l’ingiustizia, i sogni e anche l’amore, affinché i nostri figli, le nostre case, i nostri obblighi (autoimposti) siano felici, accuditi, soddisfatti. Perché loro contano, hanno diritti sacrosanti a cui ci inchiniamo. Infine (molto, molto infine) ci siano noi.

Però esistono anche gli altri, quelli che si amano troppo. Salgono sul loro piedistallo, si auto-elogiano e afferrano i loro diritti.   Sorry, mi dispiace, ma “io” ho il diritto alla felicità, ti dicono. E si dedicano ai loro hobbies, desideri, voglie, insomma se ne fregano di tutti, acchiappano il loro diem, che danneggi gli altri o no. Egoisti, self-entitled, privi di sentimenti altruistici, calpestano legami e doveri (Sacrificarsi? Rinunce? Siamo matti?), e si godono la vita in pieno, se ne fregano della moralità, dei doveri. Si disinteressano dei figli, usando la patetica scusa che i ragazzi devono vivere la loro vita, senza interferenze paterne/materne, anche se ‘sti poverini sbandati finiscono sempre col prendere decisioni pericolose e immorali. Ma vale la pena, no? Almeno se li tolgono di mezzo, lasciandoli liberi di dedicarsi ai loro desideri del cuore.

Facilissimo da fare.  Se sei privo di coscienza.

Vorrei esserlo anch’io.  Priva di coscienza.  Ma no, non mi è possibile.

Non che sia un angelo, tutt’altro, una strega divento (feroce!), quando contrariata, credetemi.   Ma dò più importanza agli altri che a me stessa. Accetto la sofferenza con stoicismo, perché meglio la mia che quella di coloro che amo.

Mi trasformo, però, quando scrivo. Volo, vivo, vedo. Vedo gli egoisti, ascolto le loro storie. E li ringrazio. Senza di loro, squisiti, intriganti personaggi, noi scrittori avremmo gran carenza di materiale.

Ecco, dunque la più valida, inebriante motivazione.  Squilla pure, maledetta sveglia!

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