Voglio e non voglio

picture27 luglio 2015

Ogni anno, scoppio dall’impazienza di venire a Portici.  Nonostante il (grande) stress di fare la valigia (lo so, lo so, non dovrebbe essere un granché, ma la tortura di farci entrare tutto e tenerla sotto ai ventitré chili mi riduce a notti insonni), del volo che normalmente mi fa pure piacere, ma non tanto in questi tempi di frequente terrorrismo, e dell’ansia di lasciare la mia famiglia americana per andare a trovare quella italiana, conto sempre le settimane e i giorni alla partenza, con tanto di batticuore.  Sentimento che ben pochi condividono, o anche capiscono, in Italia.  Abituati a vivere nella stessa città dove sono nati e cresciuti, non patiscono, loro, lo struggimento, l’angustia, la costante tristezza (appena velata) che comporta quel mostro che è la lontananza.picture

Hence, il ritorno in patria ti riempie il cuore di gioia dolorosa, ti pesa, ti alleggerisce, ti scioglie, ti sbatte, ti tira – ammaliante – e ti fa venir la tentazione di nascondere la testa sotto la sabbia.

Voglio venire.  No, non voglio, perché poi dovrò andarmene di nuovo.

Bella la mia Portici, cambia poco, ma cambia tanto.  Dettagli, veramente, perché la sua vitalità rimane intatta, il suo beat, il suo aroma di sole e speranza.picture

Mi avvio di prima mattina, sprizzante di energia mediterranea, al mercato, dove si svolge, da tempo immemore, la vita dei napoletani – reale, cruda, meravigliosa.  Sì che mi piace il baccano, il casino, anche le pozzanghere che mi spruzzano le zeppe nuove.  Il passato e il presente si fondono, il profumo onesto dell’infanzia mi accoglie e s’intreccia con la mia storia presente, di donna picturematura ma forse ancora ingenua.  Qui i cornetti più buoni del mondo, caldi e soffici, carichi di crema vellutata, con quel tocco di amarena; e le graffe enormi e zuccherose, altro che Dunkin’ Donuts, viva i panifici di famiglia, piccoli, scuri e fragranti di meraviglie culinarie.

Su per le traverse che danno in centro, il Viale Leonardo (la strada della felicità?), sempre elegante, marciapiedi a disegni, vetrine attraenti (certo, quei cartelli di saldi sono molto seducenti…), aroma di caffè come non altro, anche l’odore stimolante del fuel delle moto che ti volano a due centimetri dai piedi quando attraversi.picture

No, non voglio sentirvi, dolci fantasmi del mio passato remoto, non trascinatemi verso il tennis club, il teatro, gli angoli solitari, i passaggi segreti, la salita al mitico Flacco, anche quella piccola nuova libreria (così piacevolmente all’antica) nel vecchio palazzo.

Ma lo voglio.

Silenziosi, voi del passato, osservate, ma non osate avvicinarvi.  Timori strani e infondati vi incatenano pensieri ed emozioni.  Credete di proteggervi e di cancellare (perché fa male, diavolo!), ma non si sfugge ai ricordi.picture

Sono stata bene a Portici.  Ho trovato un’accoglienza calda e genuina, priva di drammaticità.  Comprendono, loro, con quieta sensibilità, l’agonia dolce-amara di chi sta lontano, ma non riesce a farsene una ragione, affezione cronica e irrimediabile.  Vengo in pace io (sempre), e pace ho trovato.  E di ciò vi sono immensamente grata, miei cari.

Il mio soggiorno è durato un soffio, un filmino accelerato, non avevo ancora finito, io, di ricordare…La valigia zeppa (maledetti i ventitré chili), ma me ne infischio, ecco, picturesia quel che sia, pagherò extra, if I must, non tolgo il caffè, i taralli, e certamente non i tronchetti nude, col tacco oro!

Mi fermo qui, ma parleremo ancora, cari lettori, ho tanto da raccontarvi.

Sempre travolgente, questo mio viaggio nel tempo.  Ma sì, certo che lo voglio.

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