C’erano una volta le vacanze

8 giugno 2015

L’odore dell’estate m’intorpidisce.  Il suo alito umido mi avvolge, appiccicoso.  Ma non mi lamento.  Cari lettori, quante volte mi avete sentito brontolare – la maledetta neve, il freddo polare, le tempeste invernali e la rottura di coprirsi di maglioni, sciarpe e guanti termici?  Ecco, per questo sto zitta adepicturesso e accolgo il caldo umido e denso con piacere.  In giro per le strade della mia città americana, annuso il catrame dei vialetti d’accesso delle ville del mio quartiere, e il ricordo delle strade di Portici mi fa girare la testa.  Quando dovevi calare le persiane nel pomeriggio, tanto per cercare di abbassare un po’ la temperatura bestiale.  Ed io che mi torturavo in attesa della partenza imminente per le vacanze estive.  Infatti, mai trascorso luglio e agosto a Portici, sempre in vacanza, al mare, a Colli (il paesino di mio padre arrampicato sui monti del Molise), insomma un posto che non era dove avevo depositato il cuore.  Quando si è piccoli e ti dicono che si va in vacanza, gioisci, che meraviglia, andiamo alla spiaggia, il gelato al pistacchio sul lungomare, i castelli di sabbia, il salvagente nuovo…Ma poi, quando cresci un po’e ti affezioni a qualcuno, non vuoi partire e ti strazi perché lui (il ragazzo du jour) non si può portare appresso, e la vita fa schifo.  Ovvio, poi si cambia idea, quando ci si abitua al nuovo ambiente, le notti scorrono dolcemente ammalianti e risuonano di musica, e di opportunità ce ne sono in abbondanza.  Però, a volte c’era qualcuno che non ce la facevi proprio a lasciare e dovevano staccarti con le tenaglie.   Poi sentivi una canzone dei Pooh, e ti aggrappavi al ricordo di un teatro di provincia…Una vita fa, ma le cicatrici ce ne mettono di tempo a sbiadire, ecco.

Back to the present: eccomi qui ad accogliere la fine dell’anno (scolastico) con nostalgia ed emozione.  Perché parto per le mie sponde natali un p
aio di giorni dopo.  Accidenti ai ricordi, all’ansia, alla paura e alla gioia, alla rabbia e all’abbandono, alla voglia di emozionarmi e anche di fregarmene.  Ma di solito ci si mette il giubbotto antidolorifico e la maschera di ferrea imperturbabilità, e si affronta il passato-presente con un sorriso coraggioso.

Le valigie chiuse, in fila nell’ingresso, le saracinesche ben serrate; il frigo staccato, lo sportello aperto, le mensole vuote.  L’esodo estivo del mio “c’era-una-volta”.  I vasi di gerani erano già in alloggio sul balcone di vicini che non andavano in vacanza.  Spegni le luci, controlla l’interruttore, sollecitava mia madre, e il gas, abbiamo girato la valvola?  Quasi sempre però, dopo la chiusura ufficiale del portone e qualche chilometro verso la meta estiva, si tornava indietro perché, oddio, non mi ricordo se ho staccato il ferro da stiro…Parole spesso seguite da un litigio animato, lacrime e musi lunghi fino al giorno dopo.

Viaggio in aereo io, un percorso lungo e noioso, scomoda sul sedile che reclina solo di un centimetro, ad occhi aperti nella notte tra le stelle, perché a dormire proprio non ci riesco in volo.  Auricolari a posto, bicchiere di plastica col vino bianco fino all’orlo, guardo un film dopo l’altro (di cui poi non ricordo un cavolo).

Vorrei riabbracciarvi tutti, miei cari.  Chi lo vorrà, a chi importa ancora tenersi stretto questo fragile rapporto intercontinentale. Se poi siete troppo presi
dalle vostre vite super-busy, e avete altro da fare (o temete chissaché), ebbene sia.  Comunque io scrivo, ecco, la mia tastiera è attiva non-stopAnd everything is material, for sure. J

Sono pronta, Portici.  Ad affrontare quel che sia.  Ho già le scarpe all’altezza degli adorabili ma micidiali sanpietrini: zeppe alte e solide (ma stylish, chiaro) che scalpitano impazientemente (no, non m’incastro stavolta…).

Sono forte, adesso, e molto più saggia di quanto avessi mai immaginato.  Succede a volte.

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