Ci si abitua: riflessione di fine anno

 31 dicembre 2014

A tutto.  O quasi.  La natura umana è complessa, ma tanto resiliente.

Anche quanto credi di non farcela proprio a sostenere una situazione, ti si frantuma il cuore e hai voglia di sbattere la testa contro il muro.

Poi ti passa, dici pure me ne frego.  E tiri avanti anche abbastanza bene.  Ci vuole poco a consolarti, anche se superficialmente, qualche cosetta materiale, un periodo intenso di scrittura animatissima, e ti rimetti dritpictureto sul sentiero della vita.  Di nuovo illuminata dalla speranza.

Anche con la gente.  Però a volte è necessario che certe persone si distacchino dalla tua vita.

Semplicemente perché non te l’hanno arricchita.  Se contribuiscono solo stress, frustrazione o addirittura noia, insomma, quale sarebbe lo scopo della loro (minima) partecipazione?

L’amicizia è fragile, ha bisogno di attenzione e cura.  Anche di contatto reale.  Quello dall’altro lato di un monitor è surreale, quasi al livello di sogno.  E ci vuole buona volontà da tutti e due i lati.  E sforzo e affetto sincero.  Ma anche l’affetto ha bisogno di essere alimentato, nutrito, scaldato, tenuto voracemente vivo.  Altrimenti anche lui sbiadisce.

Poi c’è l’orgoglio, immenso e potente, feroce, bruciante, duro e schifoso, una brutta bestia, anche se addomesticata.  Mea culpa, naturalmente.  E tua culpa.  Perché si è sempre in due ad essere colpevoli, no? (Certo, di solito uno un po’ più dell’altro.)

Così si arriva all decisione più difficoltosa: chi fa il primo passo?  E, ne vale la pena?  Questa persona merita davvero affetto, contatto, interesse, il tuo preziosissimo tempo?  Ti riempirà la vita di sensazioni piacevoli e importanti, oppure ti ridurrà a uno stato di inquietudine perpetua?

La vita è troppo breve e imprevedibile; abbiamo il diritto di circondarci di roccie solide e ridenti nel sole, oasi di pace e conforto quando il resto se ne va al diavolo.

Se non è così, allora a che servi te?

L’orgoglio strozza le emozioni, costruisce castelli minacciosi, ma noi ci nascondiamo ugualmente dietro a quelle mura robuste e grigie.  Il primo passo verso l’abisso è terrorizzante.  Sì, c’è una ringhiera a portata di mano, ma se non riesci ad afferrarla e precipiti nel vuoto?

Di solito, girarsi indietro non fa bene alla salute.  Ma, accidenti a noi anime romantiche, ci giriamo eccome.  Chiaro, finisce sempre male.

Ma ritorno al solito dilemma: ne vale la pena?

Ci si abitua, sì.

Ma si pensa.

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