Freedom Tower: il trionfo della speranza

 

17 luglio 2014

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S’innalza verso il cielo azzurro e chiaro di New York.   Una fiaba di cristallo scintillante, longilinea, vestita di soffici nuvole estive.  L’imponente Freedom Tower sorge sulla terra sacra del World Trade Center, simbolo di coraggio e di gioia.  Luglio a New York, sprofondato nell’estate più piena, ti abbraccia di sole e di afa, ma ti dona anche una brezza delicata e confortevole che ti sussurra nei capelli, s’infila piacevolmente tra i vestiti, t’incoraggia ad esplorare questa metropoli dai mille volti.  Il famoso profilo di New York è cambiato ancora una volta; dove s’innalzavano le due grandi Twin Towers, edifici slanciati, eleganti nella loro semplicità e riconoscibilissimi, adesso regna la nuova torre, un capolavoro di architettura contemporanea, imponente e affascinante, un’esplosione di diamanti e specchi che emergono dalla tragedia che ha sconvolto l’America.  La intravedo già nella distanza anche da Westchester, dove abito, quando imbocco l’autostrada verso New York City, degna compagna dell’Empire State Building (che supera di soli due piani -104 in tutto), la sua altezza totale di 1776 piedi (541 metri) è stabilita dai numeri che formano la data dell’indipendenza degli Stati Uniti.  Il parco del nuovo World Trade Center si estende sulla punta di Manhattan, ampi giardini ombreggiati, rinfrescati dal dolce mormorio delle cascate delle due Reflecting Pools, immense fontane quadrate di marmo nero, situate sulle orme delle torri gemelle, un Memorial alle vittime dell’undici settembre – i nostri amici, vicini, padri, madri e figli –  che ci sorridono da lassù, i loro nomi mai scordati incisi sul parapetto che incornicia queste fonti eterne.  Le sfioro con le dita leggermente tremanti, quelle lettere, e accarezzo con  riverenza una rosa bianca che qualcuno ha lasciato lì per il suo angelo.  No, la costruzione di questo giardino della memoria non è terminata.  Ci vorranno anni, forse tanti, a completarlo.  Le gru gigantesche sollevano massi, lastre sfavillanti e muratori, gli impalchi si arrampicano sulle pareti sdrucciolevoli, ma tengono duro.  Le sale sobrie del nuovo museo espongono reperti delle strutture originali, muti testimoni della tragedia che trafisse il cuore dell’America.  C’è una lunga coda all’entrata, che si estende a serpentina nel parco.  Pazienti, i turisti, in attesa di rivisitare la storia che ci abbatté al suolo per un po’, fragili, increduli.  No, non mi ci sono unita, io, alla fila.  L’ho vissuto, quel giorno di strazio e di terrore, e ancora oggi ne sento la morsa al cuore.  Ma New York si è risollevata, l’America ha onorato i suoi caduti, pianto la sua val
le di lacrime, poi ha raccolto i cocci Freedom Tower, white rosesanguinanti, alzato gli occhi al cielo, e si è rimboccata le maniche.  Of course.  Perché così sono gli Americani, forti,
compassionevoli, tenaci.  Bellissima e lucente, solida, giubilante, la Freedom Tower ci sorride, sfolgorante nel trionfo della speranza.

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