Parlare di ricette non dovrebbe farti emozionare

5 maggio 2014

Come saprete, sto scrivendo un libro di cucina.  Parlo di pizza di scarola, ragù alla bolognese e torta di mele.  Allora perchè cavolo ho le lacrime agli occhi?  Perchè c’è la parte del “memoir”, ovvio.  I templi di Paestum, un campo pictureassolato, l’erba secca, qualche pietra su cui sedersi: il picnic all’ombra di questa maestosa antichità.  E c’era la pizza di scarola, salata, dorata, profumata di capperi e lievito di birra, morbida e appetitosa.  Mio fratello che correva tra i templi venerandi, un cane che abbaiava nella distanza (e io che pregavo non si avvicinasse…), mia madre che tagliava le fette e ci esortava a finirla perchè poi diventa tutta unta e pesante.  Domenica, la nostra solita gita, sempre luoghi diversi (beh, quasi sempre), di solito in un centro culturale o storico.  Cuma con la Sibilla, l’antro buio e umido, mio padre che ci raccontava la storia di Enea; l’odore delle foglie, il desiderio che esistesse per davvero, ‘sta Sibilla, tante cose che avrei voluto sapere.  Ragazzina romantica e idealista, la testa stracolma di sogni e speranza, dov’è il mio principe azzurro, la felicità forever?  Vedeva forse, la maga, oltre l’orizzonte, le sponde straniere che mi avrebbero accolta ma anche tanto provata?  Il peso dei ricordi ti può schiacciare, annullare.  Se gli dai filo.  Ma io lo taglio, il filo.  Moving on.  Sabato sera a Portici.  La mamma che faceva la torta di mele, premeva con le mani la pasta frolla nello stampo,picture quel profumo paradisiaco di limone e burro, quei pezzettini rimasti fuori che io afferravo e mangiavo crudi (che bontà).  Le mele tagliate a fettine sottili, la buccia gialla delle renette, dolciastra e tenera, un bel nastro profumato tutto da gustare.  Poi ci versava sopra la panna, densa e color avorio, Dio che crema squisita ne sarebbe uscita, morbida e ricca, fredda e delicata, con un tocco di limone.  Era stanca, la mamma, quando si metteva all’opera in cucina, ma il dolce di domenica non doveva mancare, una creazione semplice e casalinga che di solito si divorava a colazione.  I capelli biondi tirati un po’ indietro con una forcina, spesso triste, lei si piegava sulla tavola, dava un’occhiata ai piatti che esplodevano nel lavandino e poi anche al libro che aspettava pazientemente vicino alla fruttiera.  Stava lì da un po’, quel libro, ma chi ce l’aveva mai il tempo di leggere qualcosa che non fosse materiale scolastico?  Scuola, spesa, pulizie, cucina, figli non molto disposti a collaborare…Le giornate trascorrevano lunghe e insostenibili, una serie di doveri eterni, immancabili, sempre più pesanti col passare degli anni.  Ma eccola lì, il mattino dopo, sorridente e già completamente vestita, la moka che borbottava sul gas, quel profumo inebriante di caffè, e quello rivitalizzante di una giornata di primavera, luminosa e giovanissima.  Si rinasce, la mattina, è sempre così.  “Avanti, ragazzi, prendetevi una bella fetta di torta -diceva -è venuta proprio una meraviglia stavolta.  Forse sono le renette”.  Le renette non le trovo qui a New York, ma le melegolden delicious sono un’ottima sostituzione.  Spalmo di burro un’elegante tortiera francese, verde e profonda, poi ci adagio sopra la sfoglia burrosa della pasta frolla, delicatamente profumata dalla buccia di limone.  La panna e i tuorli sono già ben amalgamati in un boccale, le fettine di mele in attesa in una terrina arancione.  I ricordi mi investono, feroci, drammatici, ma io tengo duro, mando indietro le lacrime che stanno per scatenarsi, e controllo se il forno è arrivato alla temperatura giusta.

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