Si tratta sempre di un tuffo nell’ignoto

17 ottobre 2013

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Allora, ne parlo sempre io, poco prima di attraversare l’oceano, un augurio, una supplica a chi potrebbe ascoltare, insomma spero e prego che Portici non mi strapazzi troppo.  Perché a volte basta solo la parola a farmi tremare.  Per tanti motivi.  Arrivo leggera, accorta, trattengo finanche il fiato, mi guardo intorno con esitazione, fragile, strizzo gli occhi perché il sole è sempre così forte, sole del sud, aggressivo, violento.  Mi apro lentamente, cauta, sempre con la mano sul freno, in caso mi venisse la voglia di buttarmi, correre, permettermi di sentire.  Che non mi fa mai bene.  Parigi era grigia e piovigginosa, un freddo autunnale, umido e insidioso.  Sola e un po’ sperduta, le dita strette intorno all tazzina di caffè sul banco, accanto a un croissant che non era male, ma certo meglio un cornetto a Milano.  Ma Milano mi è sfuggita stavolta, nessuno scalo, nonostante abbia cercato su internet per picturegiorni.  Sbarcare in Italia, c’è più gusto, no? Aeroporto più caldo e accogliente, sola ma non tanto, il braccio dei ricordi dolcemente posato sulle spalle stanche.  Sola ma viva, ecco.  E lo sfondo delle Alpi, troppo bello e maestoso.  La Torre Eiffel, ma come si fa a vederla in quella nebbia lunare?  Napoli mi ha accolto col suo sole e i suoi colori, il chiasso, i clacson, i sensi unici, l’odore di diesel, di  disperazione e di perenne speranza.  Oso, certo, ma in punta di piedi, basta solo un pensiero azzardato a disfarmi.  Devo ambientarmi ogni volta, non è istantaneo né liscio l’adeguamento.  Diciamo che ho bisogno di una mano amica che prenda la mia e mi incoraggi a provare la dubbia emozione di ‘tornare a casa’.  Stavolta però la parete severa che di solito si sposta non l’ha fatto.  Ci sono sbattuta contro, sono rimasta intontita, abbandonata in un vortice di sentimenti e pensieri aggrovigliati, sgomenta, sorpresa, appena a galla, appesa solo al filo di ribellione e di legittima indignazione che mi si sono accese dentro.  Per fortuna.  Senza quelle sarei affogata nell’abisso della rabbia e del rancore che mi travolse come un’enorme valanga spuntata all’improvviso sotto un cielo azzurro e Plane above Naples 2013limpido.  Colossale, la valanga, rotolava per anni, decenni, diventando più gelida e feroce ad ogni giro, un mostro di furia alimentata dal tempo che non perdona.  Mai.  Sì, certo, mi ha strapazzato per benino Portici stavolta.  Non solo l’anelito straziante fomentato dall’odore di mare e di vento al Granatello, col suo sapore salato, i graffiti sbiaditi e i ricordi dispersi negli anni.  O il teatro in fondo alla traversa, buio e seducente nelle sere tiepide di giugno.  Non tanto neanche la terra rossa del tennis club che ancora mostra le impronte della mia adolescenza troncata.  Tu arrivi innocente, ecco, anche ingenua, forsi ti aspetti troppo.  Calore, commozione, gentilezza, anche un tocco di gioia.  Ma il muro è alto e poco trasparente.  Ci hai provato per anni a scalarlo (o abbatterlo), ma tiene duro, ti giudica, ti ammonisce.  Non avvicinarti troppo!  Ma l’ho fatto, stupida.  E sento ancora l’impatto.  Okay, mi tiro un po’ indietro.  Non del tutto, ma devo ritrovare l’equilibrio, schiarirmi il cervello.  Dovevo stare più attenta, leggere tra le righe, non assumere.  Lezione imparata.  Che ne sarà del viaggio nel futuro? Ne avrò il coraggio? La voglia, una ragione? L’affido al tempo, il dilemma.  Certo più saggio di me.

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