Penso sempre troppo io, anche a Malpensa

15 ottobre 2012

Lontanissima.  Un volo quasi istantaneo e tutto ciò è svanito col soffio malinconico del tempo.  Un altro caffè milanese nell’abbraccio frenetico ma rassicurante di un aeroporto che ben conosco.  Era solo ieri, o quasi, e mi sento ancora addosso il calore dolce del tocco del passato stranamente pictureintrecciato col presente.  La luce giallastra del terminal, mattino presto, ancora grigio fuori dalle grandi vetrate, non visibile nella sottile nebbia mattutina il profilo maestoso delle Alpi.  Visi sonnolenti, cellulari accesi, conversazioni sommesse, cartelli con nomi di persone sconosciute, un piacevole benvenuto a passeggeri stanchi e un po’ perplessi.  Cerco anch’io un posto.  Mi guardo intorno, il ronzio pigro di lingue straniere, alcune care e molto mie, mi invita a risvegliare i sensi assopiti nel ventre protettivo dell’aereo.  Gli occhi ce li ho un po’ gonfi per mancanza di sonno, si noterà molto, mi domando, insicura, ansiosa, commossa e timorosa di tutto perché non sai mai che ti aspetta quando giri l’angolo, ecco.  Ma il caffè, beh, quello c’è lì e mi attende, forte e caldo nella tazzina semplicissima ma teneramente solida.  Dolce caffè milanese, solo un tantino, vero, ma mi caricherà anima e corpo, mi scorrerà – elettrico – nelle vene, e il sapore è quello che ricordo, comforting e generoso, che credo, anzi so, mai cambierà.  Diverso da Napoli, Portici, il mio mondo mediterraneo la cui reminiscenza sempre sanguinante mi bolle di continuo nell’anima, Milano è una luce calma che mi illumina il rientro, mi prende la mano e ne placa il tremito.  I pensieri si esprimono attraverso mezzi sorrisi a occhi socchiusi, non necessarie adesso le parole, solo i sensi si abbandonano al percorso dolce-amaro della via dei ricordi che non dovrebbero solo restare tali.  Ce ne è ancora di vita dentro, no?  Sembra tetra a volte, peso insopportabile che carichiamo sulle spalle, ben muniti del nostro forte senso del dovere.  Oppure l’immensa picturesolitudine di un’esistenza noiosa che ci dà quel senso di falso benessere che noi spesso confondiamo con un inquieto appagamento.  Ma non deve essere così.  Allora bevo il mio caffè, per quel che è adesso, lo assaggio lentamente, che mi scorra vellutato sulla gola, che blocchi il passaggio dei minuti, delle ore, che mi permetta di assorbire il momento, dolce e raro dono di una vita a cui piace giocherellare con le emozioni più accanite.  Ero vicinissima.  Si sentiva anche il battito del cuore.  Di Milano.  Ma non più.  No, non dovrebbe essere così.  Aren’t we the masters of our own destiny? Svegliami, Milano, sbattimi, ridammi la voglia di acchiappare quel diem e tenermelo be stretto stavolta.  Anche se sono lontanissima.

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