Sentirsi un po’ “Like Water for Chocolate”

13 febbraio 2012

È sempre più facile mettersi ai fornelli.  Che scrivere, studiare, preparare picturelezioni.  E pensare, sì, soprattutto pensare.  Specialmente quando il passato ti si sbatte di fronte di nuovo, vivissimo e tremante, quando meno te l’aspetti.  Parliamo di amicizia.  O ciò che passava per tale.  Allora ero giovanissima e avevo il cuore tutto spalancato.  Credevo, mi fidavo, sognavo.  Ci si appoggia alle amiche, vero? In momenti difficili e no.  Pessima idea.  Non sempre, ma a volte, beh, ‘ste amiche non sono proprio all’altezza di questa nobile parola.  Una ciambella al cioccolato, ecco che preparo.  Bella, casereccia, profumatissima di cacao, altuccia, densa, nera e dolce.  Con dentro pure le gocce di cioccolato.  Salgo sulla scaletta per raggiungere gli sportelli più alti, dove si trovano tutti i miei stampi da dolci, tantissimi, accumulati da più di trent’anni, bellissimi, lucidi, francesi, italiani, americani, tedeschi e anche cinesi.  Ma questo che uso oggi è speciale, me lo regalò mia madre anni fa, quando le chiesi la ricetta della sua ciambella romagnola.  Ma non è questa che faccio oggi, bensì un’altra ricetta, trovata per caso su internet e che ha subito attirato la mia attenzione.  Così mi concentro su questa preparazione anziché ruminare pensieri angosciosi e inutili, ciò che poteva essere ma non è stato grazie alla mia ingenua fiducia in un’amica.   Il messaggio mai riferito, le parole non dette, ma che tenne strette dentro, soffocate da chissà quale emozione che le mangiava l’anima.  Forse non
abiterei a New York adesso.  Oppure sì, certo, perché tante cose ti capitano, tiallettano, ti seducono, ti assorbono e ti schiantano.  Ma insomma, se le parole mai udite mi avessero sfiorato l’orecchio, forse (forse) camminerei sulle mie amate vie di Portici oggi, stasera, domani.  Oppure in altra zona, ma certo mai così atrocemente lontana, dove la mia lingua svanisce, assorbita dalla cacofonia di un mondo multi-cultural.  Ecco, sbatto gli albumi a neve spumosa e purissima, poi lpicturei aggiungo delicatamente al composto cremoso e nero di cioccolato e tuorli, baciato da una puntina di estratto di vaniglia, arricchito dalle quelle chocolate chips perfette che si trovano solo in America. Verso il miscuglio nello stampo col buco di mia madre, che mi ha sfornato tante meravigliose ciambelle romagnole in questa mia vita newyorkese.  Ma stavolta no, sarà nerissimo questo dolce, il colore della notte che non finisce mai quando pensi e ti fai domande che non avranno mai risposta.  Forse è meglio così.  Le risposte potrebbero essere banali, tipo ma come, certo te lo dissi, losche menzogne travestite da ricordi sospesi nell’oblio.  Che lingua parla la felicità? Tutte, mi dicono.  Io credo nessuna.  Ma può darsi che mi sbagli io – che cavolo ne so di questi concetti profondi che neanche i saggi filosofi sono mai riusciti a decifrare?  Il forno a specchio è caldo e accogliente, e la pasta dolce e soffice nello stampo ci si affida facilmente, desiderosa di lasciarsi abbracciare, di crescere alta e aromatica, un sogno al cioccolato fondente.  Certo, venire a sapere oggi di un evento passatissimo che avrebbe potuto farmi aprire ‘l’altra’ sliding door, è proprio un bel colpo, che istiga della rabbia, no, furia, ma soprattutto tristezza e delusione.  Nell’amicizia.  Esce adesso dal forno, la mia torta magica, e l’aroma confortevole di cacao mi accarezza i sensi.  Questa è la mia realtà, dolce incarnazione della passione nella sua forma più concreta.  Eccovi la ricetta, miei cari (e c’épure un ingrediente segreto…)

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