La Brioche

3 febbraio 2010

Passo così facilmente dal soggetto della SmartCar a quello delle delizie culinarie, penserete.  Infatti.  E perché no? Vi assicuro che ci sono persone in possesso di una SmartCar a cui piace tanto la brioche.  E poi, a chi non piace?  Bionda e rotonda, calda e fragrante, bella da morire.  Tanto, che ne faccio io pictureuna oggi.  Sì, appena finisco questo blog, me ne vado in cucina e tiro fuori dal frigo quella pasta gonfia e burrosa.  C’è stata lì tutta la notte.  Un passo molto importante nella preparazione di questo sublime dolce francese.  Che poi io non faccio  tanto alla francese.  Diciamo che la classica brioche francese, pur essendo perfetta, non è poi alla portata di tutti.  Devi riuscire ad incorporare tutto quel burro nella pasta già morbidissima, cosa che sta meglio nelle mani esperte di un patissier parigino.  Ma io ho una grande passione per i dolci, e ricordi nostalgici della brioche, per cui ho imparato a prepararla in una maniera più semplice, ma, vi assicuro, di un sapore e una consistenza divina.  Abitavo a Capodichino allora, il quartiere di Napoli dove risiede l’aeroporto dallo stesso nome.  Ero piccolissima, e ho ricordi molto vaghi di quel periodo.  Ma il profumo (sempre potente e strappacuore) lo sento ancora.  Mia madre, che correva di continuo, poverina, sempre impegnatissima tra scuola, spesa, cucina e tre figli piccoli, ogni tanto ci faceva la sorpresa di un dolce speciale.  E quella grande brioche dorata non l’ho mai dimenticata.  Le era riuscita benissimo (la prima volta!) e lei ne era tanto orgogliosa! Ce la mostrò, ma, dopo, diceva, dopo, deve raffreddarsi…Una tortura aspettare.  Ma certo valeva la pena quando assaggiammo fette di quel dolce vellutato.  No, non la fece mai più.  Come con gli Struffoli e la Pastiera, questa donna la cui vita era una corsa senza fine, voleva ogni tanto provare al mondo (ma soprattutto a sé stessa) che sì era in grado di fare anche lei piatti complicati, anche se le mancava il tempo necessario da dedicarci.  Un altro flashback.  La strada stretta e affollata del mercato di Portici.  Stringevo la mano di mia madre, mentre lei (col carrello della spesa nell’altra) s’infilava tra la gente e le bancarelle, veloce e sicura, lo sguardo che schizzava da un banco all’altro (Raffaele aveva i mandarini migliori, Luigi i friarielli…).  Passavamo sempre davanti al fornaio, e quell’aroma esotico di lievito mi stuzzicava l’appettito.  Le brioscine, palline morbide, con una sottile crosta lucida color nocciola, erano lì in vetrina, calducce e invitanti.  Certo che le volevo! Ma non dovevo neanche dire niente.  Mia madre si fermava di colpo, mi lasciava a guardia del carrello ancora quasi vuoto e mi diceva di aspettare fuori.  Dopo qualche minuto ritornava con una pacchetto che infilava nel carrello, ma non prima di avermi offerto una (o due) brioscine che io stringevo subito (ma con delicatezza) nel palmo della mano.  Semplici, leggere, ancora oggi un sogno.  No, no trovo facilmente la brioche qui in America; diciamo che non è un dolce molto comune (e neanche tanto conosciuto), ma ho imparato a farla bene io.  Sarebbe, la brioche francese all’italiana.  Allora, ieri sera ho fatto la pasta a mano (certo potrei usare il mixer o il robot, ma il piacere di immergere le mani in quella pasta soffice e profumata non lo proverei), e l’ho messa in frigo a riposarsi tutta la notte. Tra poco la tiro fuori, la lavoro di nuovo sul mio tagliere di marmo (meglio tenerla freddina così il burro non si scioglie), poi le do la forma a tête, quella classica, e l’adagio nello stampo adatto.  Crescerà bella alta, coperta da un tovagliolo, per poco più di un’ora. Poi la inforno e presto l’aroma sublime mi riempirà la casa; le mie figlie (nevica, non c’è scuola) correranno giù, attratte da questa musica culinaria, come i bambini dal suonatore del flauto della favola, e sarò poi io a dire: non ancora, dovete aspettare un po’, è ancora troppo calda….Ecco la ricetta (in inglese)

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